giovedì 2 aprile 2015

Nel Cenacolo con Gesù.
Gesù mandò alcuni discepoli in città e disse
loro: “Appena entrate in città, vi verrà incontro
un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo………
Egli vi mostrerà una sala al piano superiore,
grande e addobbata; là preparerete”.
Essi andarono e trovarono tutto come aveva
loro detto e prepararono la Pasqua.
Parola del Signore.
In quella sala, Gesù desiderò celebrare la sua ultima
Pasqua ebraica e la sua prima Pasqua cristiana.
Dunque il Cenacolo situato sulla collina di Sion,
non è una sala qualsiasi ma una chiesa, la chiesa fondata
da Gesù, la chiesa di Gesù e nostra prima chiesa cristiana.
Dopo quel primo giovedì Santo in quella sala—che fu
Risparmiata anche dalla distruzione di Gerusalemme—il
culto cristiano si è svolto ininterrottamente per anni
e anni; per anni e anni i pellegrini sono entrati in quella
sala per venerarla come Madre di tutte le chiese, ma
anche come culla della chiesa nascente, conchiglia
dello Spirito Santo, primo Tabernacolo e Santuario
della devozione cristiana.
Allora ci domandiamo; quali erano i sentimenti di Gesù,
 quando varcò la soglia di quel luogo?
Io i sentimenti di Gesù ho cercato di intuirli
attraverso il Vangelo.
Il Vangelo ci narra che quando era a Gerusalemme,
 il Signore insegnava ogni giorno nel tempio;
e di notte usciva per pregare e stava sul monte degli
Ulivi; ma già fin dal mattino tutto il popolo lo cercava
per ascoltarlo; dovunque si spostava le folle lo seguivano,
perché questo grande Rabbì compiva grandi prodigi,
misteri gratificanti ed esaltanti.
Quando però Gesù ha parlato di misteri dolorosi,
di misteri scandalosi, quando ha parlato di croce, di morte,
di umiliazione, allora le folle gli hanno voltato le spalle:                                                                   “Quelle parole dice il Vangelo, chi poteva sostenerle?”.
Questo, è il prologo!
Allora con quale animo quella sera Gesù sarà entrato in                                   
quella sala sapendo che; “da Dio era venuto e a Dio ritornava?”
Io credo che Gesù, quel giovedì Santo, sia entrato nel
Cenacolo con una piccola speranza; la speranza che
almeno quel residuo, di dodici uomini accogliesse il mistero
di quell’ultima Cena; che non si scandalizzassero; che
non lo abbandonassero; che resistessero alla prova: Gesù
doveva infatti provarli, doveva sapere se erano disposti
a credere in un maestro, Figlio di Dio,                                                                                                     che lava i piedi ai discepoli e riassume in quel gesto                                              
tutta la follia delle Beatitudini; doveva sapere se erano
disposti a credere nel Dio dell’Eucaristia e, cioè in un
Dio che vuole soffrire e morire per riscattarci;                                             
che vuole alimentarci non solo nello spirito ma anche
nel corpo, facendosi pane per tutti, per ogni tempo;                                                                
Gesù doveva sapere se erano disposti a credere in un
Dio che affida la sua nuova ed eterna alleanza al
sacerdozio, di uomini impreparati e peccatori.
Giuda non superò quella prova e fuggì…                                                                       
Gli altri undici restarono, nonostante lo
sbigottimento; restarono per; “aver parte” con Cristo.
“Anche se tutti si scandalizzassero di Te, io non
mi scandalizzerò mai”, rispose Pietro a Gesù quella sera.
Pietro aveva queste repentine folgorazioni e capiva che il                                
requisito fondamentale per aver parte con Cristo era quello
di non scandalizzarsi di lui; e quando Gesù gli propose
lo scandalo della lavanda dei piedi come condizione
per essere con lui, esclamò: “non solo i piedi ma
anche le mani e il capo!”
Pietro intuiva che il discepolo di Cristo deve anzitutto
piegarsi al maestro, deve esercitare la fede, deve insomma
avere lo spirito pronto anche se la carne è debole.
La carne di Pietro era debole ma il suo spirito poteva
pronunciare gli attestati di fede più sconvolgenti:                                                                       “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”.                                                               
E ora: “Io non mi scandalizzerò mai!”
Questa frase di Pietro può essere presa per chiave
d’ingresso al Cenacolo; perché nel Cenacolo Cristo ci
attende, non per chiederci se la nostra carne è debole
ma, per chiederci se il nostro spirito è pronto.
Da quel giovedì Santo il Signore, continua a dare
appuntamento nel Cenacolo a tutti i suoi, a tutti noi,
per verificare la nostra fede; ognuno di noi viene provato.
Perciò io dico; se non sappiamo accettare un Dio che
sconvolge; se non sappiamo benedire le sue vie anche
quando non sono le nostre vie; se non sappiamo
capire che le sue ragioni non sono le nostre ragioni;                 
se non sappiamo confidare in questo Dio che tollera
tutto ciò che a noi sembra intollerabile; cioè l’intollerabile
dolore nel mondo, l’intollerabile ingiustizia, l’intollerabile
corruzione, l’intollerabile sfortuna dei buoni e la fortuna
dei cattivi, l’intollerabile sofferenza e la morte dei più piccoli;                                              
se non sappiamo credere che il mistero di Dio è sempre
un mistero d’Amore finalizzato all’Amore senza fine,                                                           
allora vi dico non entriamo nel Cenacolo; fuggiamo come
fuggì Giuda, perché non potremo, “aver parte”, con il Dio
del Cenacolo; nel Cenacolo si entra con la fede a prova di
mistero o non si entra; in quella chiesa ci aspettano i
misteri vertiginosi della nostra fede, misteri inviolabili.
Se la nostra fede resiste anche quando la nostra mentalità
è calpestata; se la nostra fede resiste anche quando la
nostra carne è ferita; se la nostra fede resiste anche
quando Dio ci chiede troppo, allora e soltanto allora
possiamo dire che la nostra fede è Fede, e possiamo
sperare di, “aver parte”, con il Signore.
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e,                              
che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola,
depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno
alla vita; poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare
i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui
si era cinto; venne dunque da Simon Pietro e questi gli
disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”                                                                         
Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci,
ma lo capirai dopo”.                          
Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”                                                                           Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.
Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma
anche le mani e il capo!” (Giovanni 13. 3-9)
Questo brano è paragonabile ad un cielo stellato, più noi
fissiamo le stelle più ne vediamo, è una visione ottica e
questo dovrebbe accadere nel nostro animo, più noi
fissiamo il nostro pensiero a quello che è accaduto nel                   
Cenacolo il giovedì Santo e più scopriamo qualche nuova
luce, qualche bagliore nuovo, è come se nel Cenacolo
divampasse un incendio di luci.
Quei grandi eventi si aprono con il gesto solenne di Gesù,                                         
che all’inizio della cena depone il mantello, versa dell’acqua
in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli.
Non so se sapete che a quell’epoca la legge diceva che:
“Non ti lascerai mai lavare i piedi, non permetterai mai
a qualcuno di lavarti i piedi”.
Al tempo di Gesù, neppure gli schiavi erano obbligati a                                  
compiere questo servizio umiliante; perciò ogni israelita
osservante e tanto più un Rabbì avrebbe rispettato
questa tradizione.
Invece il Rabbì di Nazaret, il Maestro dei dodici, la infrange
fino al punto di compiere lui stesso questo servizio.
“Quante luci risplendono in quel gesto così significativo!”       
Il primo significato che si potrebbe cogliere, credo sia
questo; nessuno, né discepolo, né maestro, né schiavo,                                              
nessuno deve sentirsi umiliato nel compiere un atto di carità.
Se un nostro fratello ha i piedi stanchi, polverosi, bisognosi
del nostro sollievo, con letizia dobbiamo chinarci e servirlo;                                                         nessuna legge o consuetudine umana può esentarci dalla carità.
Agli occhi di Dio non sarà mai umiliante un gesto suggerito                                  
dalla legge del cuore, la legge divina è sempre dalla parte
del cuore umano; lo sapeva San Francesco che baciava i
lebbrosi emarginati dalla società, lo sapeva Madre Teresa
che raccoglieva gli impuri, i dimenticati, i moribondi più
ripugnanti e lo sanno i; “giusti” di ogni tempo che hanno
stimolato i popoli a mettere più cuore nelle loro leggi, 
che hanno combattuto contro le leggi ingiuste, le leggi
schiaviste, razziste, abortiste, le leggi dell’egoismo;                                                                  
lo sanno i Santi che hanno inventato le scuole per i poveri,                                    
gli ospedali per gli ammalati, gli ospizi per i senza tetto,                                         
le case per gli orfani, anche quando questa carità non
era nelle leggi degli uomini.
Il gesto di Gesù ci insegna che la carità è una legge più
grande di ogni legge umana e che il cristiano deve obbedire
alla legge della coscienza prima di ogni altra legge.
Subito dopo questo significato, direi che ne affiora un
altro non meno importante.
Con la lavanda dei piedi Gesù ci insegna che la carità
va fatta in proprio, che non possiamo dispensarcene;                                                            
nella carità, il servo sia come il padrone, il Rabbì come
il discepolo, il ricco come il povero, il giovane
come il vecchio.
La carità è la madre degli uomini e non c’è prestigio                                                  
personale che esoneri un figlio dall’obbedire a questa madre.
E andiamo allora ancora più in profondità; Gesù si
china sui piedi dei discepoli; i piedi non sono il volto,                                                                 
non sono una parte attraente dell’uomo; i piedi di
Giovanni non avevano la gentilezza del suo volto;                               
i piedi di Filippo non attraevano come i suoi bei
lineamenti greci; i piedi di Pietro non conquistavano
come i suoi slanci generosi.
I piedi sono una miseria al confronto; eppure Gesù si
inginocchia davanti a tanta miseria per insegnarci a servire
i fratelli senza guardare al loro volto, senza guardare a
simpatie, a preferenze, ad attrattive, senza cercare
alcuna gratificazione.
Ma c’è un’altra lezione da imparare che è quella di
inginocchiarsi; saper imparare a inginocchiarsi nel
servizio ai fratelli ma, a sua volta, ogni fratello deve
sapere accettare la carità altrui con gratitudine e
semplicità, come Gesù insegnò a Pietro che non
voleva farsi lavare i piedi.
Può darsi che un giorno tocchi a noi ad aver bisogno
che ci lavino i piedi, il capo e le mani, o che ci imbocchino,
o che ci vestano.
Gesù ci insegna che per, “aver parte”, con Lui bisogna 
saper fare la carità ma anche saper
riceverla; la carità va fatta con dolcezza e umiltà ma va
anche ricevuta con dolcezza e umiltà.
Quanta luce emana quel gesto di Gesù!
Se l’ultima Cena è la prima Messa nel mondo, allora la
lavanda dei piedi è la prima omelia al mondo.
Ascoltiamola con commozione e raccoglimento; e
facciamo tesoro della sua conclusione, cioè delle parole
che disse Gesù: “Anche voi, fate come io ho fatto a voi!”
È un invito che non è limitato alla lavanda dei piedi,                                               
ma vuole essere un invito molto più ampio, vuol dire;                                                
in ogni cosa comportiamoci come si comporterebbe Cristo;                                      
impariamo ad essere liberi da tutto e schiavi solo di Cristo.
In ogni cosa, chiediamoci cosa farebbe Cristo e facciamolo.
Imitiamo Cristo! È questa la regola d’oro della carità.
Quando ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette
di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto?”            
Ogni volta che abbiamo meditato la lavanda dei piedi,                                
l’abbiamo sempre meditata come una lezione sulla carità,
giustamente, eppure sembra che non ne abbiamo ancora
appreso tutti i significati; sembra che il Signore continui
a rivolgere anche a noi la domanda che rivolse agli apostoli:                                                        “Capite che cosa vi ho fatto?”.
Prima di rispondergli, proviamo a riflettere e a chiederci;                                           
si può trarre un insegnamento più profondo in quel gesto che
appare soltanto un emblema della carità verso il prossimo?
Cos’altro dobbiamo capire della carità?
Per tentare di capire, cominciamo col tornare indietro a una
lavanda di piedi e a una cena precedente, dove sembra che
Gesù sminuisca il valore delle opere buone verso il prossimo.
È la cena di Betania!
Gesù vi prende parte insieme a Giuda e ad altri discepoli.
Durante il convito interviene Maria, che prese una libbra di                                    
essenza di nardo da un vaso prezioso, unge il capo


e i piedi di Gesù.
Tutta la casa si riempie della fragranza di quel profumo.
Giuda però osa esprimere il suo disappunto; e lo fa con un
argomento che avrebbe dovuto chiudere la bocca al suo
Rabbì: “Non era meglio che si vendesse quell’unguento per
darne il ricavato ai poveri?”
Ma ancora una volta, Gesù rovescia la situazione e fa a
pezzi le certezze di chi lo circonda: “Lasciatela stare, dice,                                                                essa ha compiuto un’opera buona verso di me; i poveri li
avete sempre con voi, ma non sempre avete me; dovunque
sarà annunziato il Vangelo in tutto il mondo, si narrerà
ciò che essa ha fatto”.
Poi, Gesù sottolinea un altro punto importante:                                                                                    “Ciò che poteva fare, ella lo ha fatto, ungendo in
anticipo il mio corpo per la sepoltura”.
È questo il punto che volevo fare affiorare.
A questa mensa Gesù insegna che le occasioni per offrire                                             
a Dio un atto d’amore non vanno perdute; e che un atto
d’amore dedicato a Lui ci conduce misteriosamente a
compiere atti d’amore per l’uomo; così come il nardo
della Maddalena, dedicato al vero Dio, diventa atto
pietoso anche per il vero uomo; per la sepoltura
del suo corpo.
La mensa di Betania è la lezione complementare alla
lezione del Cenacolo; perché la vera carità, la carità piena,                                                             la carità santa di cui ci parla San Paolo, si esercita
soltanto quando si esercita anche la carità verso Dio.
Se non spendiamo il profumo della nostra anima per Cristo,                                
se non ci inginocchiamo ai suoi piedi, se non guardiamo a Lui,                             
la nostra carità rischia di essere fragile e non matura, di essere
superficiale, (tanto per mettere la coscienza tranquilla) non
integra, affannosa e non gioiosa, antiquata e non profetica.
Il Signore è morto in Croce non perché il cristiano semini
nella sua vita minuscoli miracoli di carità quotidiana, ma
perché tutta la sua vita sia un intero miracolo di carità.
E questo autentico miracolo si compie soltanto con Lui.
La lezione che Gesù dette a Giuda in Betania e la lezione
che dette agli Apostoli nel Cenacolo sono un’unica lezione,                                                     
sono un unico modello per il cristiano; come i due
comandamenti nuovi del Signore sono un unico
comandamento: “Ama Dio con tutto te stesso, con tutte
le tue forze, e ama il prossimo tuo come te stesso”.
Un cristianesimo che si riduce alla pratica di una certa
solidarietà con il prossimo, non ha più niente a che
fare con il cristianesimo evangelico; la carità cristiana
è una forma di amore che rivolgiamo a Dio.
L’amore per Dio sorpassa i limiti di una carità puramente
umana e carnale, perché ci fa amare il prossimo nella sua
dimensione e vocazione eterna.
Si tratta dunque di conservare e di aumentare in noi quel
senso di Dio che deve essere il fondamento di ogni
nostro rapporto con gli altri.
Nella contemplazione di Dio, si svegliano nell’uomo i
sentimenti profondi della donazione e della lode, cioè i
sentimenti che fanno parte della dimensione integrale
dell’uomo; per cui un uomo che non ha questo senso
di Dio, è un uomo a cui manca qualcosa, manca il vaso
dell’amore, manca la totalità dell’amore autentico.
In certe epoche del cristianesimo si è data poca importanza                          
all’amore del prossimo.
Ma l’errore di oggi, reale e grande, è inverso.
Oggi si è tentati di credere che il cristianesimo si esprima                
essenzialmente con l’amore del prossimo, e facciamo
dell’amore di Dio qualcosa di secondario.
Questo è radicalmente contrario all’esempio di Cristo;                                          
tutta la vita di Cristo fu un duplice rapporto, uno con i
fratelli, l’altro più profondo e intimo con il Padre.
Così deve essere anche per noi, l’equilibrio della nostra
vita cristiana dipende dalla misura in cui siamo capaci
di unire queste due dimensioni, l’amore a Dio e l’amore
al prossimo.
Allora alla domanda che Gesù rivolge a tutti noi                                                              
nel suo Santuario è: “Capite cosa vi ho fatto?”
E noi rispondiamo umilmente: “Signore, non sappiamo

se abbiamo davvero capito, ma Tu, aiutaci a capire”.     

Messaggio da Medjugorje

Messaggio del 2 Aprile2015
dato dalla Madonna a Mirjana.
Cari figli, ho scelto voi, miei apostoli, perché
ognuno di voi porta dentro di sé qualcosa di bello.
Voi potete aiutarmi affinchè l’amore per il quale
mio Figlio è morto e poi risorto nuovamente vinca.
Perciò vi invito, in tutti i miei figli, possiate trovare
quello che c’è di buono e proviate a comprenderli.
Figli miei, tutti voi siete fratelli e sorelle per mezzo
dello stesso Spirito Santo.
Voi colmi di amore verso il mio Figlio, potete dire
a tutti coloro che non hanno conosciuto questo
amore, quello che sapete.
Voi siete figli miei, voi avete conosciuto l’amore
di mio Figlio, avete compreso la sua Risurrezione.
Voi con gioia volgete i vostri occhi verso di Lui.
Mio desiderio materno è che tutti i miei figli siano
uniti nell’amore verso Gesù.
Perciò vi invito, apostoli miei, che con gioia viviate
l’Eucaristia, perché attraverso l’Eucaristia mio Figlio
vi si dona sempre, nuovamente, e con il suo esempio
vi mostra l’amore e il sacrificio verso il prossimo,
vi ringrazio.
Mirjana ha detto che la Madonna era molto

determinata nella sua intenzione di aiutarci.

lunedì 30 marzo 2015

Pellegrinaggio al Santuario dell'Amore Misericordioso Marzo 2015

Cari amici, eccovi come promesso le foto scattate
al Santuario Sabato e Domenica 28-29-Marzo 2015.
Altra bellissima esperienza vissuta in un clima famigliare
come voleva Madre Speranza, fra tanti amici pellegrini.
Mi ha fatto piacere che nel pellegrinaggio ci fossero
persone nuove che non erano mai state al Santuario,
persone simpatiche che mi hanno donato la loro amicizia,
e dove assieme ho avuto l'opportunità di far conoscere loro
le bellezze e la spiritualità della Madre e del Santuario stesso,
abbiamo pregato assieme, ci siamo scambiati le nostre
sofferenze, i dolori e le impressioni positive che il Santuario
ci ha offerto, attraverso le immersioni nelle vasche volute da
Madre Speranza, le confessioni, le Liturgie, la Via Crucis, e
la Domenica pomeriggio la ciliegina sulla torta, abbiamo
assistito alla rappresentazione dell'entrata in Gerusalemme
di Gesù in costumi dell'epoca.
Ringrazio l'Amore Misericordioso per avermi concesso questa
opportunità, ed anche tutti i miei compagni di viaggio per la
bella esperienza vissuta con loro, un abbraccio da Fausto.






















 

venerdì 27 marzo 2015

Domenica delle Palme 29 Marzo 2015

Ci siamo.
Inizia la grande settimana.
Fine della Quaresima, fine dei nostri
sforzi, fine dei bilanci, ora non
importa più nulla: è come se ci si
preparasse ad una festa, ad una
prima teatrale: concitati fino alla fine,
ci si scalda, si soffre, oppure si
resta tiepidi spettatori.
Ma arriva un momento preciso, l'ora,
in cui inizia la rappresentazione:
quello che è successo è successo,
e ciò che sta per succedere che
ormai importa.
E' in questo grande dramma, in questa
storia assolutamente vera e sconvolgente,
che si gioca la nostra fede.
Ne siamo come immersi, spettatori e
protagonisti, forse nascosti tra la folla
al Gòlgota o inneggianti euforici
all'ingresso in città.
Ci siamo, comunque.
Questa settimana, così grande, così
importante da essere chiamata “Santa”,
è il gioiello dell'anno liturgico, una
perla troppo spesso dimenticata da
noi cristiani, a vantaggio di feste forse
più sentimentali ma piene di solo
consumismo (vedi il Natale). Qui no.
Un morto in croce non si vende,
non suscita sentimenti di bontà.
Anzi: se ne parla poco e male di questo
Dio che sale su di una croce e muore,
solo come un cane.
Rimane difficile da capire il mistero di
una tomba vuota e del significato profondo
della parola “risurrezione”.
Tant'è: che la Chiesa si ferma stupita.
E' curioso: normalmente l'anno liturgico
sintetizza la Storia della salvezza in poco
tempo: così in dodici mesi ripercorriamo
la vita di Gesù.
Invece, durante la settimana santa ci si
ferma: giorno per giorno, ora per ora,
regoliamo i nostri orologi e il nostro
tempo a quel momento cruciale
per la storia dell'umanità.
Fermi, zitti, Dio si prepara a morire,
Cristo celebra la sua presenza nell'ultima
Pasqua, la nuova Pasqua, viene arrestato,
condannato, ucciso, sepolto, ma vive.
In questa preziosa settimana, qualunque
cosa faremo, al lavoro, a scuola, a casa,
potremo fermarci, socchiudere gli occhi
e pensare a Cristo, ai suoi sentimenti,
alla sua angoscia, alla sua bruciante
passione, al suo desiderio straordinario
per la nostra salvezza.
Prendiamoci del tempo: giovedì sera,
venerdì e sabato notte, celebreremo
il Triduo Pasquale: partecipiamo,
lasciamoci trascinare da queste
celebrazioni dense di fede.
E questa settimana inizia oggi,
Domenica delle Palme, piena di ricordi
di bambini, di rami di ulivo addobbati
(con le uova di cioccolato) da sventolare
in alto per manifestare la gioia
dell'incontro con Dio.
Ironia dell'incoerenza umana: le stesse
voci, le stesse braccia, non più con le
palme aperte verso il cielo, ma a pugni
serrati, trasformeranno la loro gioia per
il Messia, figlio di David, in un'invocazione
terrificante: “Crocifiggilo!”.
Uomo sciocco, come sciocchi e tardi
nel credere siamo noi, ancora
inconsapevoli del tesoro che abbiamo
nelle mani, così, disposti anche noi a
trasformare la nostra preghiera di
benedizione in invocazione di morte!
Eppure da quella croce pende il destino
dell'uomo, con quel sangue è firmato il
patto dell'Amicizia eterna di Dio, in quel
pane è conservato il Cuore di Colui che
desidera ardentemente di mangiare
la Pasqua con noi.
Ci ritroviamo in questo racconto?
Ci siamo? E dove siamo?
Forse negli apostoli paurosi e sconcertati,
o nel cinico potere di Pilato, o nella trama
intrigante contro il fratello, o nella sofferenza
cruenta del Cireneo che porta la Croce, o forse
nel peccato desideroso di salvezza del ladro o,
Dio non voglia, nell'indifferenza di quei
pii ebrei che, entrando in città, affrettando il
passo per l'imminente temporale, gettarono
uno sguardo di disprezzo verso gli ennesimi
condannati a morte, feccia della società, che
venivano esemplarmente puniti.
Invece lì, Dio moriva.
Su quella croce si consuma la follia di un
uomo che inchioda Dio perché in Lui vede
 un concorrente, non un compagno.
Ma l'augurio, caloroso, che mi faccio e che
vi faccio, è di ritrovarci-un poco almeno-in
quel Centurione straordinario, di cui la
storia ha taciuto il nome, che davanti al
modo di morire di quell'uomo, al dono di
sé fino alla fine, rimane stupito, rimane turbato,
rimane scosso fino nell'intimo e riconosce in
Lui il Figlio di Dio.
Ecco la fede, la grande fede, che può sgorgare
nel cuore di ciascuno di noi: davanti all'uomo
crocifisso, davanti alla sconfitta più assurda,
davanti alla delusione di un sogno massacrato,
e riconoscere la potenza del Dio immortale.
Allora potremo cantare, con la liturgia
del venerdì santo: “Dio santo, Dio forte,
Dio immortale, abbi pietà di noi
e delle nostre miserie!”.
Buona settimana Santa, aspettando
la gioia del Cristo Risorto!
Buona Domenica delle Palme
a tutti voi amici, Fausto.



mercoledì 25 marzo 2015

Messaggio da Medjugorje di Marzo 2015

Messaggio della Madonna a Marija
del 25 marzo 2015.
“Cari figli! Anche oggi l'Altissimo mi ha
permesso di essere con voi e di guidarvi
sul cammino della conversione.
Molti cuori si sono chiusi alla grazia e non
vogliono dare ascolto alla mia chiamata.
Voi figlioli, pregate e lottate contro le
tentazioni e contro tutti i piani malvagi
che satana vi offre tramite il modernismo.
Siate forti nella preghiera e con la croce tra
le mani pregate perché il male non vi usi e
non vinca in voi.
Io sono con voi e prego per voi.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Maria e l'Annuncio.

Maria e il suo “Eccomi”!
Anche Maria, giovane credente, si ritrova
nel tran tran familiare; lavoro (che per l’epoca
era casalingo), amicizie, tempo libero…!
Ed è in questo contesto che avviene l’inaudito;
a Maria viene chiesto di diventare la porta
d’ingresso di Dio nel mondo.
È accaduto, amici, anche se rischiamo di leggere
questo fatto come se si trattasse di una bella
favoletta edificante.
Davvero Dio ha deciso di venire a raccontarsi,
a dirsi, a manifestarsi, e ha avuto bisogno di un
corpo e di una madre.
Sul serio un angelo è apparso a una ragazza
quattordicenne di Nazareth e le ha chiesto la
disponibilità a ospitare nel suo acerbo
seno l’Assoluto di Dio. Facile, no? 
E se fosse successo a noi, se Dio ci avesse detto:
“Senti, ho bisogno di una mano per salvare il
mondo”, cosa avremmo risposto?
Non so voi; io avrei chiesto tempo, mi sarei
consultato con il mio confessore, avrei anche fatto
una visita dal medico (e se si trattasse di
un’allucinazione?), o non ne avrei parlato con nessuno,
per non essere scambiato per un pazzo furioso…!
Anche Maria tentenna, fatica; come è possibile
tutto questo?
Guardiamo, amici, quest’adolescente che discute
con gli angeli, che s’informa, che chiede spiegazioni.
Guardiamo la sua fermezza, la sua grandezza interiore,
la sua maturità.
Maria chiede, vuole sapere di più.
Sa che la sua vita, nel caso accettasse, cambierebbe
definitivamente.
L’immagine è di un grandissimo silenzio, calato
dopo l’invito dell’angelo.
Un silenzio pesante in cui tutto il creato, tutta la storia,
l’intera umanità del passato e quella del futuro guarda
col fiato sospeso la piccola Maria.
E se Maria avesse detto: “Fammi riflettere”,
“Ne riparliamo”, “Ripassa domani?”.
Non saremmo qui a parlare del Maestro, saremmo
ancora in attesa di un Salvatore.
Maria accetta, Maria crede, Maria accoglie la follia di Dio.
(Ci voleva la follia gioiosa di un’adolescente per
contenere la follia di Dio).
Si resta increduli, stupiti dalla complicità della
risposta: “Eccomi”.
Quante conseguenze avrà questa disponibilità!
Che razza di radicale cambiamento porterà questo “sì” a Maria!
Accettare il disegno di Dio le porterà problemi con la
sua situazione familiare, con un fidanzato che vedrà
Dio come concorrente in amore, problemi a causa
di questo bambino che dovrà essere continuamente
guardato come un Mistero, problemi col Rabbì tutto
preso nell’annuncio che si dimenticherà della propria
famiglia per aprirsi a una famiglia più ampia, sofferenza
nel vedere un figlio innocente condannato a morte.
Non importa; Maria si fida, crede nel Dio dell’impossibile.
E noi siamo salvi.
Maria ci insegna a credere nel Dio dell’impossibile,
a gettare il cuore oltre l’ostacolo, a prestare la nostra vita,
anche se la pensiamo piccola e inutile, all’ingegno di Dio.
Dio è così; non fa da solo, allaccia relazione con noi uomini,
vuole condividere sogni e progetti.
Dio verrà, diventerà volto, sguardo, sorriso,
sarà incontrabile e donato.
E chiede a Maria ospitalità; Maria che diventerà, come
la venera il popolo cristiano: “Regina dei cieli”, porta
d’ingresso di Dio nel mondo.
Anche noi possiamo diventare questa porta, anche noi
possiamo farci attraversare dalla grazia immensa del Dio
che viene; ad aiutare Dio a salvare il mondo.
Diamo anche noi, come ha fatto Maria, ospitalità nel
nostro cuore a Dio, perché si realizzi la salvezza del mondo.

Santa festa dell’Annunciazione, Fausto. 

domenica 22 marzo 2015

Messaggio da Medjugorje

Da Medjugorje vi ho portato il
messaggio annuale della Madonna
a Mirjana per il suo compleanno
18 Marzo 2015.
"Cari figli!
Vi prego con tutto il mio cuore, vi prego
purificate i vostri cuori dal peccato e
rivolgeteli in alto verso Dio e verso la vita eterna.
Vi prego vegliate e siate aperti alla verità.
Non permettete che tutte le cose di questa
terra vi allontanino dalla conoscenza della
vera soddisfazione che si trova nell’unione
con il mio Figlio.
Io vi guido sul cammino della vera sapienza
perché soltanto con la vera sapienza potete
conoscere la vera pace ed il vero bene.
Non perdete il tempo chiedendo i segni al
Padre Celeste perché il segno più grande
ve l’ha già dato, ed è il mio Figlio.
Perciò, figli miei, pregate affinché lo
Spirito Santo possa introdurvi nella verità,
aiutarvi a conoscerla e perché attraverso
questa conoscenza della verità, possiate essere
una cosa sola con il Padre Celeste e con il mio Figlio.
Questa è la conoscenza che dona la felicità
sulla terra ed apre la porta della vita eterna

e dell’amore immenso. Vi ringrazio. "

sabato 7 marzo 2015

Dedicata a mia moglie

Oggi purtroppo, nella deriva dei
valori, stiamo affondando.
Viviamo stagioni crepuscolari a
causa dell’età.
Però, in questa camera oscura della
ragione, c’è ancora una luce che potrà
impressionare la pellicola del buon
senso; è la luce della tua bellezza e bontà.
Averti accanto, è stato un dono del
Signore che mi fece tanti anni fa.
Ma che ora presenta il conto, attraverso
l’età e la salute poco stabile.
Tu lo sapevi, per questo mi hai dato tutto
quello che avevi a disposizione quando
eri giovane, sapevi che la tua primavera
un giorno sarebbe sfiorita sotto il peso
degli anni e delle fatiche, ma non per
questo hai perso la tua bellezza e la tua bontà.
Una bellezza più matura, segnata dalla
stanchezza e dalla sofferenza, ma ancora
piena di amore.
Oggi dicono che è la festa delle donne,
ma a me non piace questa festa, troppo
ambigua, mi dispiace per tutte le donne,
non voglio offendervi, ci mancherebbe.
Piuttosto, dico che è la festa dell’amore;
un amore fatto di dolcezza e di tenerezza,
per te che hai dato la tua vita per me.

Grazie di esistere. 

lunedì 2 marzo 2015

Messaggio del 2 Marzo 2015 a Mirjana

Il Messaggio della Madonna a Mirjana 
da Medjugorje del 2 Marzo 2015
«Cari figli, voi siete la mia forza.
Voi, apostoli miei, che, con il vostro amore, l’umiltà
ed il silenzio della preghiera, fate in modo che mio
Figlio venga conosciuto.
Voi vivete in me.
Voi portate me nel vostro cuore.
Voi sapete di avere una Madre che vi ama e che è
venuta a portare amore.
Vi guardo nel Padre Celeste, guardo i vostri pensieri,
i vostri dolori, le vostre sofferenze e le porto a mio Figlio.
Non abbiate paura!
Non perdete la speranza, perché mio Figlio ascolta sua Madre.
Egli ama fin da quando è nato, ed io desidero che tutti i
miei figli conoscano questo amore; che ritornino a lui
coloro che, a causa del loro dolore e di incomprensioni,
l’hanno abbandonato e che lo conoscano tutti coloro che
non l’hanno mai conosciuto.
Per questo voi siete qui, apostoli miei, ed anch’io con voi
come Madre.
Pregate per avere la saldezza della fede, perché amore
e misericordia vengono da una fede salda.
Per mezzo dell’amore e della misericordia aiuterete tutti
coloro che non sono coscienti di scegliere le tenebre
al posto della luce.
Pregate per i vostri pastori, perché essi sono la forza
della Chiesa che mio Figlio vi ha lasciato.
Per mezzo di mio Figlio essi sono i pastori delle anime.
Vi ringrazio!».
Mirjana ha detto che la Madonna era decisa
ad aiutare i suoi figli.