giovedì 2 aprile 2015

La Passione di Gesù

Col cuore al Golgota.
Il nostro cammino con il proposito di seguire
Gesù, ci porta ad appuntamenti sempre più
intensi, sempre più sconvolgenti.
Siamo nel sinedrio, il luogo della condanna di Pilato.
In questo luogo il Salvatore, piegato dalla flagellazione,                                          
fu caricato del patibolo e prese a salire verso il Golgota,                                           
il monte dei condannati, all’infamia della crocifissione.
Da qui inizia la via dolorosa di Cristo, la via Madre di
tutte le vie dolorose del mondo; questa via è impregnata
del sangue che scorreva dal volto di Gesù, dai tagli
della corona di spine, dalle lacerazioni di tutto quel
corpo divino.
C’è un mistero profondo di amore, che il Signore ha
lasciato come traccia incancellabile sulla via dolorosa.
Allora seguiamo anche a ritroso, le tracce di quest’Amore.
Riscopriamo dalla radice quest’amore, arretriamo il
pensiero a quando Adamo, consapevole della colpa
commessa nel Paradiso terrestre, consapevole della
propria indegnità, si nascose alla vista del Signore.
E il Signore lo cercò e lo chiamò:
“Adamo, Adamo, dove sei?”.
Gesù il Messia è venuto sulla terra per continuare                                                 
la ricerca iniziata dal Padre.
Gesù si è fatto carne, si è fatto uomo, per cercare
ancora l’uomo.
Il Padre non vuole che l’uomo se ne vada solo,
lontano da Lui.
Se l’uomo deve scontare sulla terra i suoi peccati,                                                          
nel dolore, nella fatica, nella compagnia della serpe
che lo tenterà sempre, allora Dio, lo seguirà con il
suo Amore immenso; il Figlio lo cercherà per Lui.
Lo cercherà nelle tribolazioni, nelle disperazioni
e nelle croci.
Il Figlio continuerà a chiamare, a implorare;                                                   
“Adamo dove sei?”.
E allora noi faremo una sosta intensa,                                                                 
che riassume idealmente l’intera strada della Croce,                                    
seguendo la sanguinante traccia dell’amore di Dio.
Mediteremo sul Salvatore che cade e che muore,                                          
ripetendoci ancora una volta: “Adamo, dove sei?”.
LA VIA CRUCIS.
Facciamo silenzio dentro di noi, raccogliamoci
intensamente in preparazione alla via Crucis,                                      
che vogliamo percorrere in memoria della                                                       
Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo.
Contempleremo le stazioni dove l’uomo cade più in
basso, quelle dove il Figlio di Dio si abbassa di più,                                                            
per trovare e redimere l’uomo.
Chiediamo a Maria, che si unisca a noi in questo
cammino, che prenda il primo posto davanti a noi,                                                               
che ci accompagni passo, passo, come accompagnò
Gesù nella sua via dolorosa, lacerata come Lui, mite
come Lui, vittima d’amore come Lui.
Dopo averlo così schernito, lo spogliarono del mantello,                                     
gli fecero indossare i suoi vestiti e lo portarono
via per crocifiggerlo.
Mentre uscivano, incontravano un uomo di Cirene,                                             
chiamato Simone e, lo costrinsero a prendere
la croce di Lui.
Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo
del Cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele;                                                        
ma Egli, assaggiatolo, non ne volle bere.
Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue
vesti tirandole a sorte.
E sedutisi, gli facevano la guardia.
Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta
della sua condanna: “Questi è Gesù, il Re dei Giudei”.
Insieme con Lui furono crocifissi due ladroni,                                                  
uno a destra e uno a sinistra. (Matteo 27, 31-38)
Gesù cade la prima volta sotto la croce.
Il mistero dell’amore di Dio per l’uomo, il mistero
di questo Dio che viene sulla terra per abbracciare
la croce, è insondabile.
Come luce di spiegazione, c’è soltanto l’altra faccia
del mistero, quella della nostra realtà di peccatori;                                                                          noi avevamo bisogno che il Signore ci amasse fino al                                           
punto di dare tutto se stesso per noi.
O Salvatore del mondo!
Questa Croce Te l’abbiamo imposta anche noi.
In mezzo a tutte le voci che gridavano contro di Te,                                              
che volevano la tua crocifissione, c’era anche la nostra
voce; c’era la presenza del nostro peccato, tutte le
volte che è stato un peccato volontario e cosciente.
Signore, quelle volte, in mezzo a tutte quelle voci
urlanti, tu hai sentito anche la mia voce.
C’era anche la mia voce.
Ma in questo momento, Signore, la mia voce è una
voce che Ti supplica, che Ti domanda la grazia del
perdono e, te la domanda nel momento in cui mi
sei più accanto; sei caduto a terra per cercarmi a terra,                                                             fragile e indifeso.
Signore, ecco la tua prima caduta!
Questa prostrazione che Ti mostra sfinito, sotto il
tuo pesante fardello, era necessario a tutti noi,                                                                                    perché ci costringe a ricordare quei momenti,                                                      
quelle volte in cui ci hai attirato più a terra che in
cielo; quei momenti e quelle volte in cui, tanto più
la croce ci pesava sulle spalle, tanto più si sentiva
questa forza di attrazione verso il basso.
Signore, Tu che ci hai creato col fango, non
meravigliarti se qualche volta ci trovi infangati.
Signore, la croce per noi non è uno strumento di
amore come lo è stato per Te.
Per noi è tanto difficile amare la croce e dirti:                                                    
“Sia fatta la tua volontà!”.
Quando questa croce ci inchioda, ce la vorremmo
schiodare di dosso.
La croce che ci accompagna ogni giorno è la croce
del nostro dovere, la croce che si chiama impegno,
che si chiama lavoro, che si chiama responsabilità.
Dalla nostra croce, noi  vorremmo schiodarci,                                                   
evadere, magari anche peccando.
Signore, qui fra di noi raccolti a meditare la tua Passione,                                    
non credo ci sia un Barabba, non credo ci sia un cattivo
ladrone; tutti noi vorremmo essere uomini e donne fedeli;                                                     
ma ciò nonostante non siamo immuni, Tu lo sai, non
siamo immuni da tentazioni, da vigliaccherie,
da fragilità impensabili.
Signore, quando Tu ci vedi cadere, restaci vicino,
insegnaci la fedeltà, insegnaci ad amare quella santità
che si intesse, momento per momento, sul povero telaio
della nostra esistenza.
Signore, insegnaci ad essere crocifissi insieme a Te!
Gesù, cade la seconda volta!
Vorrei Signore, alzare a Te la mia povera preghiera personale.
Vorrei dirti Signore, che nella tua via Crucis era necessario
che Tu ci presentassi questa tua seconda caduta.
Nessuno di noi, Tu lo sai bene, nessuno di quelli che
ti presentano i loro propositi è sempre capace di
mantenerli sino alla fine.
Tu conosci signore, le nostre seconde cadute.
Tu sai Signore, com’è facile per i nostri propositi,
diventare tradimenti: “Anche per Pietro è stato così”.
Tu lo sai Signore, che sul nostro cammino è più
presente la debolezza che la costanza, più presente
il peccato che la grazia.
Quando ci fermiamo davanti a Te che cadi la
seconda volta per redimerci, il nostro orgoglio è
più forte del pentimento; perché non siamo tanto
dispiaciuti di averti offeso;……quanto siamo
dispiaciuti di essere umiliati.
Tu sai Signore, che abbiamo bisogno di vederti così,                                       
caduto, per contemplarti più vicino a noi, a noi che
siamo in terra, caduti, ricaduti, tante e tante volte.
Per queste nostre ricadute, o Signore, Tu sei
caduto ancora una volta.
Con  il prezzo di questa tua ricaduta hai voluto
riscattare le nostre ricadute.
Signore, noi vorremmo essere dei santi,                                                             
ma riusciamo soltanto ad essere mediocri.
Abbiamo desiderato tante volte di essere delle fiamme;                                          
ma siamo soltanto del fumo che il vento disperde.
Abbiamo desiderato di essere luce e, siamo soltanto
una piccola fiammella, preda del soffio delle circostanze.
Signore, anche noi, come la Veronica, abbiamo un
lino bianco da porgerti; è il nostro desiderio di bontà.
Questo desiderio è in tutti noi; è desiderio di impegno,
di trasformazione.
Stampa o Signore, stampa in noi qualche cosa di Te.
Trasferisci su di noi qualche cosa di Te, come facesti
sul lino della Veronica.
Guarda Signore, questo lino bianco che noi mettiamo
sul tuo volto, nella strada dolorosa della nostra vita;
è il lino delle nostre speranze, è il lino delle
nostre aspirazioni.
Fai anche a noi Signore, quel dono misericordioso
che Tu facesti alla Veronica, sulla strada del Golgota;                                                                        concedici una immagine di Te, un riverbero di Te.
Solo così, quando saremo caduti e ricaduti, noi
potremo ancora rialzarci per riprendere il cammino                                        
dietro a te sulle tue orme.
Gesù, cade la terza volta.
C’era bisogno di una nuova, straziante caduta prima
della fine; è la tua terza e ultima caduta.
Signore, perdonaci se mentre Tu sei di nuovo a terra
pensando a noi, al contrario noi pensiamo a noi stessi.
Perdonaci Signre, se guardandoti non sappiamo
pensare a Te, che sei schiacciato a terra con le vesti
incollate, quelle vesti che fra poco ti saranno strappate
di dosso; lacerandoti.
Perdonaci Signore, se soffriamo non per le tue,                                                 
ma per le nostre lacerazioni; noi portiamo sempre
addosso qualche cosa che costituisce la pelle,                         
la veste della nostra vita; diamo peso al denaro,
all’ambizione, alla professione, all’apparenza, alla
bellezza, al divertimento; diamo peso al personaggio
che ci siamo fabbricato su di noi.
E la vita però ci strappa, momento per momento,                                           
giorno per giorno, anno per anno, questi vestiti
che portiamo addosso e di cui non vogliamo spogliarci;                   
la vita ci strappa il benessere, ci strappa la salute,                                           
ci strappa la serenità, i sogni e le speranze.
Signore lo sappiamo, noi dovremmo imparare che ciò                                            
che vale non è quello che abbiamo sulla pelle, ma
quello che è dentro la nostra pelle; anche le piante
hanno dentro la scorza tanto aroma, tanta resina;                            
ma finche rimangono intatte non riescono a dare profumo.
Bisogna che siano incise, bisogna che siano spezzate,                                                  
e allora daranno la loro resina, il loro aroma.
Anche la nostra sorte è quella di essere incisi, di essere
spezzati; ma come è duro, Signore!
O Signore, lo strappo delle vesti è duro, Tu lo sai,                                               
perché anche le tue vesti si erano attaccate alla carne.
Anche le nostre vesti sono attaccate alla nostra carne.
Signore, strappaci queste vesti, ma non farci tanto male!
Abbi pietà della nostra debolezza!
Fai o Signore, che abbiamo la forza di rialzare le membra
dopo ogni strappo, dopo ogni ferita, dopo ogni caduta!
Dacci soprattutto la forza dell’ultima caduta, la forza
di fare ancora un passo, ancora un passo, quello che
ci resta da fare alla fine della nostra vita, per aprire
le braccia sul legno della croce; quando potremo dire
con Te: “Tutto è compiuto!”.
Sul Golgota!
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:                                              
“Non sei Tu il Cristo? Salva Te stesso e anche noi!”.
Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore
di Dio e sei dannato alla stessa pena?                               
Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le
nostre azioni, Egli invece non ha fatto nulla di male”.                                                                        E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando
entrerai nel tuo Regno”.
Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con
Me nel Paradiso”. (Luca 23,39-43)
Stavano presso la Croce di Gesù sua Madre, la sorella
di sua Madre, Maria di Clèofa e Maria di Magdala.
Gesù allora, vedendo la Madre e li accanto a Lei il
discepolo che Egli amava, disse alla Madre:                                                                        
“Donna ecco il tuo figlio!”.
Poi disse al discepolo: “Ecco la tua Madre!”.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio
si fece buio su tutta la terra.
Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:
“Elì, Elì, lemà sabactàni?”, che significa:                                                                                               “Dio mio, Dio mio, perché Mi hai abbandonato?”.
Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano:                                                             
“Costui chiama Elia”.(Matteo 27, 45-47)
E Gesù disse: “Tutto è compiuto!”.
E, chinato il capo, spirò.   (Giovanni 19,30).
Gesù muore sulla Croce!
Quasi nell’indifferenza totale della folla,                                                          
Gesù dona la sua vita per noi.
Gerusalemme si prepara per la festa di Pasqua.
Sulla Croce agonizza l’Agnello di Dio.
Per Lui è il supremo passaggio dalla morte alla Gloria.
Con Lui ed in Lui è tutta l’umanità che Lui è venuto a salvare.
In quel luogo detto; “Cranio”, segnato da tre croci,                                           
il mondo si apre alla sua reale liberazione.
È, quasi sfida suprema ai sapienti e ai potenti,                                                           
il primo che vince la morte al seguito di Dio Crocifisso è                                          
un povero bandito crocifisso al suo fianco:                                                     
“Oggi sarai con Me in Paradiso”.
E perché questa immolazione divina, compiuta
agli occhi di tutti, segnata nei registri della storia,                                                                   evidenziasse l’avverarsi della misteriosa attesa del
popolo ebraico, Gesù grida dalla Croce il Salmo 21,                                                                       dove l’Uomo dei dolori, esprime nel pianto la
sua fede: “Elì, Elì, lemà sabcatàni?”…..                                                                             
”Dio mio, Dio mio, perché Mi hai abbandonato?”.
E la storia giunge al suo culmine: “Tutto è compiuto!”.
In ogni via Crucis, ai piedi di Cristo che muore,                                                      
vediamo sempre Maria e Giovanni, in piedi,                                                          
in un atteggiamento di muta contemplazione.
La morte è veramente l’avvenimento più terribile
e più misterioso che esista, è veramente un momento
di tenebra oscura, che pesa sulla storia dell’umanità.
Non esistono parole in chi piange una morte e,                                                         
non esistono parole davanti alla morte; esiste soltanto
la muta contemplazione della Parola fatta carne.
Questa Parola è il Cristo che muore.
È soltanto guardando Cristo crocifisso,                                                                                
che noi abbiamo un’introduzione al mistero della
morte; la comprensione piena l’avremo soltanto di là,                                                            quando, abbattuta ogni barriera, potremo contemplare
il Volto di Cristo Risorto.
Ma ora, in questa vita, possiamo pensare soltanto a
come vorremmo morire, a come vorremmo affrontare
la nostra morte, possiamo pensare soltanto,                                                                             Signore, a cosa chiederti per la nostra morte.
Signore Gesù, Tu hai guardato quel briciolo di fede                                                  
che sgorgava dal cuore del ladrone che Ti moriva accanto;                                   
hai accolto quel briciolo di fede, quel barlume di desiderio,                                    
e Tu gli hai detto: “Oggi sarai con Me in Paradiso”.
Signore, anch’io ho un briciolo di desiderio,                                                           
anch’io ho un briciolo di fede, anch’io forse,                                                                         
alla fine della mia vita, potrei avere sull’anima mia
molte colpe, come il ladro che Ti stava accanto;                                                                       
ma Signore, anche per me dì quella parola;                                                          
quella parola che mi spalanca l’eterna felicità del
Paradiso, quell’oggi eterno nel quale contemplerò
il tuo Volto senza misteri; Signore, dì anche a me ,
nel momento della mia morte, la parola che Tu hai
detto a quel peccatore che Ti moriva accanto:                                  
“Oggi, sarai con Me in Paradiso”…….
E soprattutto dimmi, Signore, la parola che Tu hai
detto a Giovanni; lascia anche a me il dono che Tu
gli hai fatto morendo, quando tu hai abbassato il
tuo capo sulla scena del Golgota, sulla scena di questo
mondo, e hai detto: “Figlio, ecco tua Madre”.
E Maria è stata fissata per l’eternità in questo Amore
di Madre, è stata fissata per sempre,                                                                            
La Mamma del Crocifisso e Mamma nostra.
Fai o Signore, che anche in noi, sulla nostra strada
dolorosa, sbocci il pensiero di questa Mamma alla
quale Tu ci hai affidato e, fiorisca come motivo di
conforto e di speranza incrollabile.
Noi potremo essere crocifissi come Tu fosti crocifisso;                                         
ma Lei ci sarà, Lei sarà ai piedi della nostra croce,                                                        
nel suo muto dolore. O Cristo morente!
Quando saremo sulla vetta del nostro Calvario,                                                        
sul nostro Golgota, ripeti anche a noi morenti la
grande promessa: “Figlio ecco tua Madre!”.
Affinché Lei ci prenda in braccio,                                                                              
per correre all’abbraccio definitivo con Te,                                                          
nel tuo Amore Misericordioso!
Nel Cenacolo con Gesù.
Gesù mandò alcuni discepoli in città e disse
loro: “Appena entrate in città, vi verrà incontro
un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo………
Egli vi mostrerà una sala al piano superiore,
grande e addobbata; là preparerete”.
Essi andarono e trovarono tutto come aveva
loro detto e prepararono la Pasqua.
Parola del Signore.
In quella sala, Gesù desiderò celebrare la sua ultima
Pasqua ebraica e la sua prima Pasqua cristiana.
Dunque il Cenacolo situato sulla collina di Sion,
non è una sala qualsiasi ma una chiesa, la chiesa fondata
da Gesù, la chiesa di Gesù e nostra prima chiesa cristiana.
Dopo quel primo giovedì Santo in quella sala—che fu
Risparmiata anche dalla distruzione di Gerusalemme—il
culto cristiano si è svolto ininterrottamente per anni
e anni; per anni e anni i pellegrini sono entrati in quella
sala per venerarla come Madre di tutte le chiese, ma
anche come culla della chiesa nascente, conchiglia
dello Spirito Santo, primo Tabernacolo e Santuario
della devozione cristiana.
Allora ci domandiamo; quali erano i sentimenti di Gesù,
 quando varcò la soglia di quel luogo?
Io i sentimenti di Gesù ho cercato di intuirli
attraverso il Vangelo.
Il Vangelo ci narra che quando era a Gerusalemme,
 il Signore insegnava ogni giorno nel tempio;
e di notte usciva per pregare e stava sul monte degli
Ulivi; ma già fin dal mattino tutto il popolo lo cercava
per ascoltarlo; dovunque si spostava le folle lo seguivano,
perché questo grande Rabbì compiva grandi prodigi,
misteri gratificanti ed esaltanti.
Quando però Gesù ha parlato di misteri dolorosi,
di misteri scandalosi, quando ha parlato di croce, di morte,
di umiliazione, allora le folle gli hanno voltato le spalle:                                                                   “Quelle parole dice il Vangelo, chi poteva sostenerle?”.
Questo, è il prologo!
Allora con quale animo quella sera Gesù sarà entrato in                                   
quella sala sapendo che; “da Dio era venuto e a Dio ritornava?”
Io credo che Gesù, quel giovedì Santo, sia entrato nel
Cenacolo con una piccola speranza; la speranza che
almeno quel residuo, di dodici uomini accogliesse il mistero
di quell’ultima Cena; che non si scandalizzassero; che
non lo abbandonassero; che resistessero alla prova: Gesù
doveva infatti provarli, doveva sapere se erano disposti
a credere in un maestro, Figlio di Dio,                                                                                                     che lava i piedi ai discepoli e riassume in quel gesto                                              
tutta la follia delle Beatitudini; doveva sapere se erano
disposti a credere nel Dio dell’Eucaristia e, cioè in un
Dio che vuole soffrire e morire per riscattarci;                                             
che vuole alimentarci non solo nello spirito ma anche
nel corpo, facendosi pane per tutti, per ogni tempo;                                                                
Gesù doveva sapere se erano disposti a credere in un
Dio che affida la sua nuova ed eterna alleanza al
sacerdozio, di uomini impreparati e peccatori.
Giuda non superò quella prova e fuggì…                                                                       
Gli altri undici restarono, nonostante lo
sbigottimento; restarono per; “aver parte” con Cristo.
“Anche se tutti si scandalizzassero di Te, io non
mi scandalizzerò mai”, rispose Pietro a Gesù quella sera.
Pietro aveva queste repentine folgorazioni e capiva che il                                
requisito fondamentale per aver parte con Cristo era quello
di non scandalizzarsi di lui; e quando Gesù gli propose
lo scandalo della lavanda dei piedi come condizione
per essere con lui, esclamò: “non solo i piedi ma
anche le mani e il capo!”
Pietro intuiva che il discepolo di Cristo deve anzitutto
piegarsi al maestro, deve esercitare la fede, deve insomma
avere lo spirito pronto anche se la carne è debole.
La carne di Pietro era debole ma il suo spirito poteva
pronunciare gli attestati di fede più sconvolgenti:                                                                       “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”.                                                               
E ora: “Io non mi scandalizzerò mai!”
Questa frase di Pietro può essere presa per chiave
d’ingresso al Cenacolo; perché nel Cenacolo Cristo ci
attende, non per chiederci se la nostra carne è debole
ma, per chiederci se il nostro spirito è pronto.
Da quel giovedì Santo il Signore, continua a dare
appuntamento nel Cenacolo a tutti i suoi, a tutti noi,
per verificare la nostra fede; ognuno di noi viene provato.
Perciò io dico; se non sappiamo accettare un Dio che
sconvolge; se non sappiamo benedire le sue vie anche
quando non sono le nostre vie; se non sappiamo
capire che le sue ragioni non sono le nostre ragioni;                 
se non sappiamo confidare in questo Dio che tollera
tutto ciò che a noi sembra intollerabile; cioè l’intollerabile
dolore nel mondo, l’intollerabile ingiustizia, l’intollerabile
corruzione, l’intollerabile sfortuna dei buoni e la fortuna
dei cattivi, l’intollerabile sofferenza e la morte dei più piccoli;                                              
se non sappiamo credere che il mistero di Dio è sempre
un mistero d’Amore finalizzato all’Amore senza fine,                                                           
allora vi dico non entriamo nel Cenacolo; fuggiamo come
fuggì Giuda, perché non potremo, “aver parte”, con il Dio
del Cenacolo; nel Cenacolo si entra con la fede a prova di
mistero o non si entra; in quella chiesa ci aspettano i
misteri vertiginosi della nostra fede, misteri inviolabili.
Se la nostra fede resiste anche quando la nostra mentalità
è calpestata; se la nostra fede resiste anche quando la
nostra carne è ferita; se la nostra fede resiste anche
quando Dio ci chiede troppo, allora e soltanto allora
possiamo dire che la nostra fede è Fede, e possiamo
sperare di, “aver parte”, con il Signore.
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e,                              
che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola,
depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno
alla vita; poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare
i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui
si era cinto; venne dunque da Simon Pietro e questi gli
disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”                                                                         
Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci,
ma lo capirai dopo”.                          
Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”                                                                           Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.
Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma
anche le mani e il capo!” (Giovanni 13. 3-9)
Questo brano è paragonabile ad un cielo stellato, più noi
fissiamo le stelle più ne vediamo, è una visione ottica e
questo dovrebbe accadere nel nostro animo, più noi
fissiamo il nostro pensiero a quello che è accaduto nel                   
Cenacolo il giovedì Santo e più scopriamo qualche nuova
luce, qualche bagliore nuovo, è come se nel Cenacolo
divampasse un incendio di luci.
Quei grandi eventi si aprono con il gesto solenne di Gesù,                                         
che all’inizio della cena depone il mantello, versa dell’acqua
in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli.
Non so se sapete che a quell’epoca la legge diceva che:
“Non ti lascerai mai lavare i piedi, non permetterai mai
a qualcuno di lavarti i piedi”.
Al tempo di Gesù, neppure gli schiavi erano obbligati a                                  
compiere questo servizio umiliante; perciò ogni israelita
osservante e tanto più un Rabbì avrebbe rispettato
questa tradizione.
Invece il Rabbì di Nazaret, il Maestro dei dodici, la infrange
fino al punto di compiere lui stesso questo servizio.
“Quante luci risplendono in quel gesto così significativo!”       
Il primo significato che si potrebbe cogliere, credo sia
questo; nessuno, né discepolo, né maestro, né schiavo,                                              
nessuno deve sentirsi umiliato nel compiere un atto di carità.
Se un nostro fratello ha i piedi stanchi, polverosi, bisognosi
del nostro sollievo, con letizia dobbiamo chinarci e servirlo;                                                         nessuna legge o consuetudine umana può esentarci dalla carità.
Agli occhi di Dio non sarà mai umiliante un gesto suggerito                                  
dalla legge del cuore, la legge divina è sempre dalla parte
del cuore umano; lo sapeva San Francesco che baciava i
lebbrosi emarginati dalla società, lo sapeva Madre Teresa
che raccoglieva gli impuri, i dimenticati, i moribondi più
ripugnanti e lo sanno i; “giusti” di ogni tempo che hanno
stimolato i popoli a mettere più cuore nelle loro leggi, 
che hanno combattuto contro le leggi ingiuste, le leggi
schiaviste, razziste, abortiste, le leggi dell’egoismo;                                                                  
lo sanno i Santi che hanno inventato le scuole per i poveri,                                    
gli ospedali per gli ammalati, gli ospizi per i senza tetto,                                         
le case per gli orfani, anche quando questa carità non
era nelle leggi degli uomini.
Il gesto di Gesù ci insegna che la carità è una legge più
grande di ogni legge umana e che il cristiano deve obbedire
alla legge della coscienza prima di ogni altra legge.
Subito dopo questo significato, direi che ne affiora un
altro non meno importante.
Con la lavanda dei piedi Gesù ci insegna che la carità
va fatta in proprio, che non possiamo dispensarcene;                                                            
nella carità, il servo sia come il padrone, il Rabbì come
il discepolo, il ricco come il povero, il giovane
come il vecchio.
La carità è la madre degli uomini e non c’è prestigio                                                  
personale che esoneri un figlio dall’obbedire a questa madre.
E andiamo allora ancora più in profondità; Gesù si
china sui piedi dei discepoli; i piedi non sono il volto,                                                                 
non sono una parte attraente dell’uomo; i piedi di
Giovanni non avevano la gentilezza del suo volto;                               
i piedi di Filippo non attraevano come i suoi bei
lineamenti greci; i piedi di Pietro non conquistavano
come i suoi slanci generosi.
I piedi sono una miseria al confronto; eppure Gesù si
inginocchia davanti a tanta miseria per insegnarci a servire
i fratelli senza guardare al loro volto, senza guardare a
simpatie, a preferenze, ad attrattive, senza cercare
alcuna gratificazione.
Ma c’è un’altra lezione da imparare che è quella di
inginocchiarsi; saper imparare a inginocchiarsi nel
servizio ai fratelli ma, a sua volta, ogni fratello deve
sapere accettare la carità altrui con gratitudine e
semplicità, come Gesù insegnò a Pietro che non
voleva farsi lavare i piedi.
Può darsi che un giorno tocchi a noi ad aver bisogno
che ci lavino i piedi, il capo e le mani, o che ci imbocchino,
o che ci vestano.
Gesù ci insegna che per, “aver parte”, con Lui bisogna 
saper fare la carità ma anche saper
riceverla; la carità va fatta con dolcezza e umiltà ma va
anche ricevuta con dolcezza e umiltà.
Quanta luce emana quel gesto di Gesù!
Se l’ultima Cena è la prima Messa nel mondo, allora la
lavanda dei piedi è la prima omelia al mondo.
Ascoltiamola con commozione e raccoglimento; e
facciamo tesoro della sua conclusione, cioè delle parole
che disse Gesù: “Anche voi, fate come io ho fatto a voi!”
È un invito che non è limitato alla lavanda dei piedi,                                               
ma vuole essere un invito molto più ampio, vuol dire;                                                
in ogni cosa comportiamoci come si comporterebbe Cristo;                                      
impariamo ad essere liberi da tutto e schiavi solo di Cristo.
In ogni cosa, chiediamoci cosa farebbe Cristo e facciamolo.
Imitiamo Cristo! È questa la regola d’oro della carità.
Quando ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette
di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto?”            
Ogni volta che abbiamo meditato la lavanda dei piedi,                                
l’abbiamo sempre meditata come una lezione sulla carità,
giustamente, eppure sembra che non ne abbiamo ancora
appreso tutti i significati; sembra che il Signore continui
a rivolgere anche a noi la domanda che rivolse agli apostoli:                                                        “Capite che cosa vi ho fatto?”.
Prima di rispondergli, proviamo a riflettere e a chiederci;                                           
si può trarre un insegnamento più profondo in quel gesto che
appare soltanto un emblema della carità verso il prossimo?
Cos’altro dobbiamo capire della carità?
Per tentare di capire, cominciamo col tornare indietro a una
lavanda di piedi e a una cena precedente, dove sembra che
Gesù sminuisca il valore delle opere buone verso il prossimo.
È la cena di Betania!
Gesù vi prende parte insieme a Giuda e ad altri discepoli.
Durante il convito interviene Maria, che prese una libbra di                                    
essenza di nardo da un vaso prezioso, unge il capo


e i piedi di Gesù.
Tutta la casa si riempie della fragranza di quel profumo.
Giuda però osa esprimere il suo disappunto; e lo fa con un
argomento che avrebbe dovuto chiudere la bocca al suo
Rabbì: “Non era meglio che si vendesse quell’unguento per
darne il ricavato ai poveri?”
Ma ancora una volta, Gesù rovescia la situazione e fa a
pezzi le certezze di chi lo circonda: “Lasciatela stare, dice,                                                                essa ha compiuto un’opera buona verso di me; i poveri li
avete sempre con voi, ma non sempre avete me; dovunque
sarà annunziato il Vangelo in tutto il mondo, si narrerà
ciò che essa ha fatto”.
Poi, Gesù sottolinea un altro punto importante:                                                                                    “Ciò che poteva fare, ella lo ha fatto, ungendo in
anticipo il mio corpo per la sepoltura”.
È questo il punto che volevo fare affiorare.
A questa mensa Gesù insegna che le occasioni per offrire                                             
a Dio un atto d’amore non vanno perdute; e che un atto
d’amore dedicato a Lui ci conduce misteriosamente a
compiere atti d’amore per l’uomo; così come il nardo
della Maddalena, dedicato al vero Dio, diventa atto
pietoso anche per il vero uomo; per la sepoltura
del suo corpo.
La mensa di Betania è la lezione complementare alla
lezione del Cenacolo; perché la vera carità, la carità piena,                                                             la carità santa di cui ci parla San Paolo, si esercita
soltanto quando si esercita anche la carità verso Dio.
Se non spendiamo il profumo della nostra anima per Cristo,                                
se non ci inginocchiamo ai suoi piedi, se non guardiamo a Lui,                             
la nostra carità rischia di essere fragile e non matura, di essere
superficiale, (tanto per mettere la coscienza tranquilla) non
integra, affannosa e non gioiosa, antiquata e non profetica.
Il Signore è morto in Croce non perché il cristiano semini
nella sua vita minuscoli miracoli di carità quotidiana, ma
perché tutta la sua vita sia un intero miracolo di carità.
E questo autentico miracolo si compie soltanto con Lui.
La lezione che Gesù dette a Giuda in Betania e la lezione
che dette agli Apostoli nel Cenacolo sono un’unica lezione,                                                     
sono un unico modello per il cristiano; come i due
comandamenti nuovi del Signore sono un unico
comandamento: “Ama Dio con tutto te stesso, con tutte
le tue forze, e ama il prossimo tuo come te stesso”.
Un cristianesimo che si riduce alla pratica di una certa
solidarietà con il prossimo, non ha più niente a che
fare con il cristianesimo evangelico; la carità cristiana
è una forma di amore che rivolgiamo a Dio.
L’amore per Dio sorpassa i limiti di una carità puramente
umana e carnale, perché ci fa amare il prossimo nella sua
dimensione e vocazione eterna.
Si tratta dunque di conservare e di aumentare in noi quel
senso di Dio che deve essere il fondamento di ogni
nostro rapporto con gli altri.
Nella contemplazione di Dio, si svegliano nell’uomo i
sentimenti profondi della donazione e della lode, cioè i
sentimenti che fanno parte della dimensione integrale
dell’uomo; per cui un uomo che non ha questo senso
di Dio, è un uomo a cui manca qualcosa, manca il vaso
dell’amore, manca la totalità dell’amore autentico.
In certe epoche del cristianesimo si è data poca importanza                          
all’amore del prossimo.
Ma l’errore di oggi, reale e grande, è inverso.
Oggi si è tentati di credere che il cristianesimo si esprima                
essenzialmente con l’amore del prossimo, e facciamo
dell’amore di Dio qualcosa di secondario.
Questo è radicalmente contrario all’esempio di Cristo;                                          
tutta la vita di Cristo fu un duplice rapporto, uno con i
fratelli, l’altro più profondo e intimo con il Padre.
Così deve essere anche per noi, l’equilibrio della nostra
vita cristiana dipende dalla misura in cui siamo capaci
di unire queste due dimensioni, l’amore a Dio e l’amore
al prossimo.
Allora alla domanda che Gesù rivolge a tutti noi                                                              
nel suo Santuario è: “Capite cosa vi ho fatto?”
E noi rispondiamo umilmente: “Signore, non sappiamo

se abbiamo davvero capito, ma Tu, aiutaci a capire”.     

Messaggio da Medjugorje

Messaggio del 2 Aprile2015
dato dalla Madonna a Mirjana.
Cari figli, ho scelto voi, miei apostoli, perché
ognuno di voi porta dentro di sé qualcosa di bello.
Voi potete aiutarmi affinchè l’amore per il quale
mio Figlio è morto e poi risorto nuovamente vinca.
Perciò vi invito, in tutti i miei figli, possiate trovare
quello che c’è di buono e proviate a comprenderli.
Figli miei, tutti voi siete fratelli e sorelle per mezzo
dello stesso Spirito Santo.
Voi colmi di amore verso il mio Figlio, potete dire
a tutti coloro che non hanno conosciuto questo
amore, quello che sapete.
Voi siete figli miei, voi avete conosciuto l’amore
di mio Figlio, avete compreso la sua Risurrezione.
Voi con gioia volgete i vostri occhi verso di Lui.
Mio desiderio materno è che tutti i miei figli siano
uniti nell’amore verso Gesù.
Perciò vi invito, apostoli miei, che con gioia viviate
l’Eucaristia, perché attraverso l’Eucaristia mio Figlio
vi si dona sempre, nuovamente, e con il suo esempio
vi mostra l’amore e il sacrificio verso il prossimo,
vi ringrazio.
Mirjana ha detto che la Madonna era molto

determinata nella sua intenzione di aiutarci.