sabato 2 settembre 2017

Oggi il Signore ci insegna cosa vuol dire amare veramente.

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27) anno A.
In quel tempo, Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva
andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi
sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne
scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”.
Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana!
Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: “Se qualcuno vuol venire dietro a me
rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria
vita per causa mia, la troverà.
Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà
la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?
Parola del Signore.
L`altra faccia dell`amore
No, Pietro non si aspettava una tale reazione, e forse neppure noi.
Pietro ha appena riconosciuto nel Rabbì di Nazareth lo sguardo stesso di Dio
e Gesù gli ha appena svelato di essere pietra, di avere un compito importante
nella comunità; finale felice, quindi.
Sarebbe stato così bello tagliare qui la scena, con questa reciproca cortesia,
con questo reciproco dono; poiché Pietro viene presentato come modello del
discepolo tutti noi, credo, avremmo chiuso il vangelo con un sorriso.
Ma c'è una seconda parte del vangelo di domenica scorsa, quella meno poetica
e piuttosto sconcertante di oggi.
Gesù, per la prima volta, parla apertamente ai suoi discepoli del rischio che
sta correndo e del fatto che la sua missione potrebbe portarlo al dono totale,
alla consumazione, alla morte.
Momento di tensione tra i dodici, e Pietro interviene (che diamine, non è appena
stato nominato Papa?), prende da parte Gesù: meglio non fare questo discorso,
scoraggia il morale delle truppe, Dio ti preservi dalla sofferenza Rabbì.
Catastrofe! Pietro, eri partito così bene!
Perché vuoi insegnare a Dio come deve salvare il mondo?
La reazione di Gesù è durissima: tu ragioni come il mondo, non sei ancora
discepolo, il tuo parlare è demoniaco.
Anzi, per la precisione, l'ammonimento di Gesù a Pietro è "passa dietro di me",
cioè segui i miei passi, la mia logica.
Sì Pietro proprio ci assomiglia, e tanto.
Vediamo se riesco a sintetizzare la logica media del cristiano…
Dio è amore, è grande, è splendido, la mia vita è faticosa, la cosa che più
temo è la sofferenza, quindi Dio è alieno alla sofferenza (beato lui!) spero
mi preservi dal dolore.
Discorso che fila via abbastanza liscio, se non per un piccolo particolare; Dio
non la pensa così!
Gesù ci ha svelato il volto di un Dio amante, appassionato degli uomini, fuoco
bruciante (ne sa qualcosa Geremia; per lui l'incontro con Dio è gioia e tormento,
la sua vita è radicalmente cambiata).
E chi ama lascia libero, chi ama soffre della mancanza d'amore dell'altro.
Gesù soffre per la dura reazione dell'umanità verso di Lui, verso l'inattesa
reazione del suo popolo al suo messaggio.
Gesù intravvede un ultimo gesto totale, un'ultima possibilità; le parole non
sono bastate, né i segni prodigiosi, né la tenerezza, forse occorre
consegnarsi, compiere il gesto paradossale della morte in croce.
E Pietro obbietta; no, non questo, non ci piace un Dio che soffre, non
vogliamo un Dio che non sia trionfante e glorioso.
Ma come, Lui può evitare la sofferenza e invece l'abbraccia?
Povero Pietro, poveri noi, quando capiremo la terribile semplicità dell'amore
di Dio?
Quando passeremo dall'idea che la sofferenza è male all'idea che alle volte la
vita è dono e donare chiede sofferenza?
Dio non ama la sofferenza, sia chiaro.
Ma-talora-compiamo gesti che comportano una rinuncia, una morte, e la
sofferenza diventa allora misura dell'amore.
Così il dolore del parto necessario a dare luce ad un bimbo, il corpo affaticato
che arrampica la vetta, la notte insonne della madre che allatta il neonato.
Pietro, cambia idea, guarda l'amore, non il dolore, resta stupito dalla serietà
dell'amore di Dio che non resta sulla barca solo quando tutto va bene, ma che
è disposto a mettersi in gioco, a donare tutto!
Ecco; il discepolo, come il Maestro, è chiamato ad amare fino al perdersi.
Prendere la croce e rinnegare se stessi non diventa un autolesionismo
misticheggiante (come spesso è stato proposto!), ma una proposta di vita che
contraddice la logica mondana dell'autorealizzarsi.
Troppo spesso il nostro mondo propone una sorta di idolatria del sé (fragile
e ingenua).
Gesù propone di più: realizzi te stesso se la tua vita diventa dono, apertura,
accoglienza, il paradosso del ritrovarsi "perdendosi" per gli altri.
Santa Domenica amici, Fausto.



Il messaggio ricevuto da Mirjana il 2 Settembre 2017

Messaggio della Madonna del 2 settembre 2017
Cari figli, chi potrebbe parlarvi meglio di me dell’amore e del dolore
di mio Figlio?
Ho vissuto con lui, ho patito con lui.
Vivendo la vita terrena, ho provato il dolore, perché ero una madre.
Mio Figlio amava i progetti e le opere del Padre Celeste, il vero Dio; e,
come mi diceva, era venuto per redimervi.
Io nascondevo il mio dolore per mezzo dell’amore.
Invece voi, figli miei, voi avete diverse domande: non comprendete il dolore,
non comprendete che, per mezzo dell’amore di Dio, dovete accettare il
dolore e sopportarlo.
Ogni essere umano, in maggior o minor misura, ne farà esperienza.
Ma, con la pace nell’anima e in stato di grazia, una speranza esiste:
è mio Figlio, Dio generato da Dio.
Le sue parole sono il seme della vita eterna: seminate nelle anime buone,
esse portano diversi frutti.
Mio Figlio ha portato il dolore perché ha preso su di sé i vostri peccati.
Perciò voi, figli miei, apostoli del mio amore, voi che soffrite: sappiate
che i vostri dolori diverranno luce e gloria.
Figli miei, mentre patite un dolore, mentre soffrite, il Cielo entra in voi,

e voi date a tutti attorno a voi un pò di Cielo e molta speranza.

sabato 26 agosto 2017

Anche a noi, oggi, Gesù ci chiede: "Chi sono io per te?". E noi cosa rispondiamo?

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20) anno A.
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò
ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».
Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa
o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne
né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli.
E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa
e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Parola del Signore.
Rivelati a noi stessi. 
 Ogni anno, puntuale, ritroviamo nel nostro itinerario la pagina di Cafarnao,
il momento più importante dell'avventura degli apostoli, il momento in cui il
Signore li invita a fare il punto del loro cammino dietro a Lui .
Già: perché seguiamo Gesù?
Perché, come loro, siamo rimasti affascinati dalle sue parole che sono
Spirito e vita?
E, soprattutto, chi è questo Gesù per noi?
Ogni anno, a questo punto, il Signore ci chiede di non dare nulla per scontato,
anzi insiste perché, nel silenzio della preghiera, ricollochiamo nella nostra vita
la sua presenza.
Gesù non fa un sondaggio d'opinione tra i suoi, non vuole avere notizie sulla sua
fama diffusa, ma ci pone-tagliente-la domanda: "Dì, e per te cosa rappresento?".
Come domenica scorsa con la Cananea, è il passaggio dalle discussioni teoriche
alla messa in discussione di noi stessi.
La Cananea contestava la divinità che, a suo parere, doveva esaudirla.
Gesù, duramente, la portava ad interrogarsi sulla sua (limitata) visione di Dio.
Un altro passo compiamo oggi; che idea ha la gente di Gesù?
Se ne parla, spesso, forse mai nessun personaggio della storia ha suscitato
tante discussioni.
Ma non restiamo nel vago, non facciamo salotto; schieriamoci, prendiamoci da
parte e lasciamo che la bruciante domanda del Rabbì ci perfori il cuore; chi è
davvero Gesù di Nazareth per me?
Un grand'uomo del passato?
Una distratta divinità a cui rivolgermi?
Un amico da contattare quando le cose non funzionano?
Pietro si schiera; egli è l'atteso, anche se quest'affermazione deve ancora portare
a conversione Pietro che ancora s'immagina un Messia trionfante, un Dio vittorioso.
Domenica della scelta, questa.
O della ri-scelta che continuamente siamo chiamati a compiere, dell'incontro con
lo sguardo del Nazareno-vivo-che ci chiede adesione al suo progetto di vita.
Ancora; voglio condividere con voi una riflessione che ho sentito tempo fa che
mi ha riempito il cuore di gioia.
È una lettura profonda del dialogo che intercorre tra Pietro e Gesù.
O, meglio tra Simone e Gesù.
Ridotto all'osso potremmo dire che Simone dice a Gesù: "Tu sei il Cristo", che
significa: "Tu sei il Messia che aspettavamo", una professione di fede bella e
buona e decisamente ardita.
Ardita, non mi stancherò di ripeterlo, perché Gesù non risponde ai canoni del
Messia atteso; niente patriottismo, né regalità, né comportamenti aulici e strabilianti.
Al contrario; un tono pacato, quasi dimesso, che dà una interpretazione del tutto
nuova del mistero di Dio.
Pietro fa un salto di qualità determinante nella sua vita, un riconoscimento che gli
cambierà la vita.
Gesù risponde: "Tu sei Pietro".
Il cambio di nome Simone-Pietro è probabilmente avvenuto qui.
Simone scopre il suo nuovo volto, una dimensione a lui sconosciuta, che lo porterà
a garantire la saldezza della fede dei suoi fratelli.
È stupendo questo dialogo, nella sua essenzialità; Pietro rivela che Gesù è il Cristo
e Gesù rivela a Simone che lui è Pietro.
Quando ci avviciniamo al mistero di Dio sveliamo il nostro volto; quando ci
accostiamo alla Verità di Dio riceviamo in contraccambio la verità su noi stessi.
Confessare l'identità di Cristo ci restituisce la nostra profonda identità.
Che bello!
Quanto siamo lontani (anni luce!) dalla visione di un Dio concorrente alla mia umanità.
Perché, in fondo in fondo, alcuni sono persuasi che aprendosi alla misericordia
di Dio quasi venga a mancare una parte della loro umanità.
Niente di più fasullo; se il Dio in cui crediamo ci fa decrescere in umanità non
è il Dio di Gesù Cristo.
Quanti, avendo seguito con più decisione la presenza del Signore Gesù, giungono
a dire che hanno imparato a diventare veramente uomini!
Non abbiamo paura, quindi, a fidarci di questo Dio che davvero ci può rivelare
a noi stessi, con semplicità ma con verità. Un'ultima annotazione su Pietro
e sul suo ministero.
Credo che dobbiamo avere il coraggio, parlando di Pietro, di mettere da parte
tutto il contorno che, inesorabilmente, offusca il ruolo del suo ministero attuale.
Che questo Papa mi stia più o meno simpatico, che condivida o meno il suo stile,
poco importa.
Purché assolva (e lo assolve!) il suo ministero.
Purché, cioé, sia qui a garantirmi che la fede in cui credo, è la fede che da sempre,
dagli apostoli in poi, la Chiesa proclama e professa.
Occorre ricuperare la dimensione teologica del carisma di Pietro.
Che il Signore ci accordi di vedere questa realtà con lo sguardo della fede!
Santa Domenica a voi amici, Fausto.


martedì 22 agosto 2017

Tanti discorsi e tante parole senza fondamento, fatte da giornalisti e commentatori TV, senza mai interpellare il diretto interessato, Mons. Hoser, ed allora ci ha pensato lui a chiarire le cose ora che il suo compito a Medjugorje è finito.

A MEDJUGORJE TUTTO VA NELLA GIUSTA DIREZIONE...
Così sembrerebbe affermare l'Arcivescovo Hoser inviato dalla Santa Sede
a Medjugorje per valutare la situazione pastorale di questo luogo
straordinario, dove arrivano ogni anno oltre 2.5 milioni di pellegrini.
L'Arcivescovo ha valutato in maniera molto positiva il lavoro pastorale
svolto dai Padri Francescani che da grandi frutti.
Alla domanda: "Le apparizioni saranno riconosciute?".
Monsignor Hoser risponde "Posso solo dire che le conclusioni sono positive,
il tutto suggerisce che esse saranno riconosciute, forse addirittura quest'anno".
(Breve riassunto di un'intervista rilasciata da Monsignor Hoser all'Agenzia

per l'Informazione Cattolica Polacca)

domenica 20 agosto 2017

Oggi il Signore ci dice che corriamo da Lui solo quando abbiamo bisogno d'aiuto, certo, ma Lui è sempre pronto ad aiutarci anche dopo anni che ci siamo allontanati.

Donna, davvero grande è la tua fede!
Dal vangelo secondo Matteo (15, 21-28) anno A.
In quel tempo, partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone.
Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quelle regioni, si mise a
gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide.
Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come
ci grida dietro».
Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della
casa di Israele».
Ma quella venne si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!».
Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini».
«E' vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole
che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede!
Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita.
Parola del Signore.
Una parola che scuote
Gesù si è rifugiato nel sud dell'attuale Libano, la regione di Tiro e Sidone,
per fuggire la tensione che cresce intorno a lui, e qui è ambientato il durissimo
Vangelo di oggi.
Una donna-sofferente per la figlia ammalata-chiede un miracolo al Figlio
di Davide il quale, letteralmente, non le rivolge neppure la parola.
Una durezza confermata dal giudizio dato agli apostoli preoccupati dalla
sceneggiata fatta dalla donna; l’insistenza però è vincente; la donna si butta
ai piedi di Gesùe chiede aiuto.
La frase di Gesù è raggelante: “non è bene gettare il cibo dei figli in pasto ai cani”.
Un Gesù maleducato, quello che oggi ci presenta Matteo?
Un Gesù razzista che pensa-come i suoi contemporanei-che i non-ebrei siano “cani”?
No, amici, leggiamo bene, ve ne prego.
Come altrove nel Vangelo (Simone il Fariseo, la Samaritana…) Gesù sta per
darci una magistrale lezione di come far crescere le persone.
Leggendo meglio; la cananea si avvicina a Gesù sbraitando, invocando una
guarigione; non gli importa nulla di chi sia veramente Gesù, non è sua discepola,
solo vuole il miracolo del guru di turno.
Il Maestro non le rivolge neppure la parola, la sua ostinazione-però-è voluta.
La donna insiste, alla fine, esausta, si mette ai piedi del Signore e chiede solo
più aiuto… non impone più al Signore i termini dell'intervento (voglio che
accada questo) ma un generico e più autentico bisogno di aiuto.
La frase del Signore-durissima-è uno schiaffo in pieno volto: “Bel cane che sei,
non ti interessi di me, non segui la mia Parola, solo vuoi un miracolo.
Io, prima, devo occuparmi dei miei discepoli”; non è forse, troppe volte,
la nostra situazione?
Ci avviciniamo a Dio, che regolarmente ignoriamo, quando qualcosa non funziona,
quando abbiamo dei bisogni.
Lasciamo la nostra fede in uno stato di penosa sopravvivenza poi, quando la vita
ci chiede un qualche conto, ecco i ceri che si accendono e le devozioni che
si moltiplicano.
Quando non i ricatti: “Dio se esisti fà che succeda questo”.
E Dio tace, non ci rivolge neppure la parola.
Se però insistiamo, attenti, potremmo sentirci dire la stessa frase: “Bella
faccia che hai, te ne freghi di me e ora invochi un miracolo”.
Come avremmo reagito noi al posto della cananea?
Io mi sarei offeso e me ne sarei andato.
La donna cananea no, riflette, la guancia ancora le fa male, mette da parte
il suo amor proprio e confessa: “Hai ragione Signore, hai ragione; sono
proprio un cane, vengo da te solo ora che ne ho bisogno.
Però, ti prego, fai qualcosa”.
Me lo vedo il volto duro di Gesù che si scioglie in un accogliente sorriso:
“risposta giusta, questa volta, la tua fede ora produce miracoli”.
Che bello, amici, che bello!
Non sempre chi ti accarezza ti ama, non sempre chi ti fa dei complimenti
desidera il tuo bene.
Alle volte, il Vangelo di oggi lo dimostra, anche uno schiaffo ci richiama a verità.
La Parola si apre ad un'ulteriore prospettiva di accoglienza universale
dei “diversi”, degli stranieri.
Isaia ricorda a Israele che ogni uomo è straniero, perché la terra è di Dio.
Perciò Israele è chiamato ad essere ambasciatore di Dio presso l'umanità,
perché ogni uomo sia colmato di gioia nella casa di preghiera.
E Paolo ricorda ai romani, pagani di origine, di avere grande affetto verso
Israele perché la chiamata di Dio è irrevocabile.
Un Parola che ci guarisce dalle derive xenofobe che aleggiano nella nostra
Europa; problema non facile da affrontare, certo, quello dell'immigrazione,
ma che va comunque dibattuto dal punto di vista della Scrittura; tutti siamo
stranieri davanti a Dio.
E chi sa che la nostra testimonianza, come lo è Israele, come lo è Gesù, non
diventi per il fratello non credente stimolo alla riflessione e all'accoglienza del Rabbì.
Sapete amici perché oggi ho messo questa riflessione?
Semplicemente perché un fatto simile mi è capitato proprio ieri.
Un amico è venuto a trovarmi piangendo dicendomi: “Ieri all’ospedale mi
hanno diagnosticato un tumore maligno, sono disperato”.
Non è un ragazzino, ha la sua bella età, diviso dalla moglie per colpa delle sue
amicizie femminili, ora si trova in difficoltà e sta cercando aiuto, anche dalla moglie.
Abbiamo chiacchierato un pò, gli ho dato la mia disponibilità se ha bisogno di aiuto,
poi prima di andarsene mi guarda negli occhi e mi dice: “So che tu conosci tanti
sacerdoti, mi accompagneresti da uno che mi possa capire; voglio confessarmi,
gli ho risposto: “Quando vuoi?”.
Perciò, questa riflessione sul Vangelo di oggi, mi è sembrata appropriata.
Santa Domenica a tutti voi amici, Fausto.


lunedì 14 agosto 2017

Maria, colei che ci indica la strada per il cielo.

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) anno dispari.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa,
in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò
nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta
tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?
Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato
di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta
in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di
generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come
aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Parola del Signore.
Discepola del Signore
Ferragosto: il cuore dell’estate, la gente che affolla le mete vacanziere.
Ed anche quest’anno celebriamo la festa dell’Assunzione di Maria, festa che
ci richiama all’opera di Dio in Maria di Nazareth, discepola del Signore.
Non vi nascondo, però, un sottile disagio a parlare di Lei.
La ragione principale è la sua connaturale timidezza, di ragazza di paese,
quindicenne, abituata a lavorare in silenzio, lontano dai palchi delle veline.
La seconda ragione del disagio è un’eccessiva devozione nei confronti di
Maria, fatta in buona fede, ovviamente, ma pericolosa.
Pericolosa perché nei fratelli in cerca di Dio, ai catecumeni che vogliono
passare dal cristianismo al discepolato, tutto questo eccesso di zelo frastorna.
Il rischio?
Di sottolineare le così tante straordinarietà della madre di Gesù dal finire
coll’allontanarla anni luce dalla (povera) concretezza della nostra vita.
Insomma; il più grande torto che possiamo fare a Maria è metterla in una
nicchia e incoronarla con una corona d’oro!
Da ridere, al solito; Dio ci dona una discepola esemplare, una donna (Forte Dio,
in un mondo di maschilisti pone una donna a modello!) che, per prima, ha
scoperto il volto del Dio incarnato, e noi subito a metterla sul piedistallo,
santa stratosferica da invocare nei momenti di sofferenza.
Per favore, no!
Maria ci è donata come sorella nella fede, come discepola del Signore, come
madre dei discepoli.
Il cuore del suo cammino è narrato da Luca, in quella corsa frenetica,
tumultuosa, che Maria compie all’indomani dell’annuncio dell’angelo.
Non gli aveva forse detto, l’angelo, della gravidanza della sua vecchia cugina?
Maria parte volentieri da Nazareth, ha bisogno di riflettere, di capire.
Ha paura di essersi sbagliata, di avere avuto un colpo di sole.
Possibile? Il Messia verrà? Possibile?
Lei è stata scelta come madre?
Maria sale a sud, due giorni di viaggio, pensieri che affollano la mente.
Forse è in compagnia di Giuseppe, non era opportuno che le donne
viaggiassero da sole.
In una pittura dell’ottocento un pittore immortala l’incontro fra le due donne.
In secondo piano, dell’affresco della volta, Zaccaria e Giuseppe si fanno un
cenno con la mano, un po protagonisti marginali di questo affare misterioso
di donne che è la maternità, mistero che estranea un po noi omaccioni.
E l’incontro tra la matura Elisabetta e l’adolescente Maria è un’apoteosi,
un fuoco d’artificio.
Solo loro sanno, solo loro capiscono, i servi e i famigliari guardano attoniti
queste due donne che ridono e si abbracciano e piangono di gioia.
Roteano nella polvere, ora, Elisabetta solleva in un abbraccio la piccola
Maria: “Come sei cresciuta!
Che bella che sei!”; poi la posa, la guarda scuotendo la testa: “Come hai
fatto a credere, Maria?”.
Sì, Maria, anche noi lo ripetiamo, scuotendo la testa; come hai potuto credere
che davvero Dio diventasse sguardo e sudore e calore nel tuo ventre?
Come hai fatto a credere che–sul serio–Dio avesse bisogno di te, e di noi,
per salvare l’umanità?
Come hai fatto a credere che il tuo acerbo ventre contenesse l’Assoluto?
Beata te che hai creduto Maria.
Beati noi, fragili discepoli, che sentiamo l’orgoglio riempirci di lacrime gli
occhi e la nostalgia della santità mozzarci il fiato, tu sei figlia della nostra
umanità, tu sei il riscatto delle nostre tiepidezze.
E Maria canta e danza roteando nella polvere.
Allora è tutto vero, ciò che ha visto era davvero il messaggero di Dio, allora tutte
le stanche e impolverate profezie ascoltate in sinagoga, si stavano realizzando.
Dio non si è stancato del suo popolo, Dio non l’ha abbandonato, non ci ha
abbandonato, Dio è presente.
La danza finisce in un canto, lo stupore della logica di Dio che prende una
quindicenne illeterata, figlia povera di una terra occupata, in un tempo senza
internet e networks, per salvare l’umanità.
Ecco, amici, questa è la festa dell’Assunzione, la storia di una discepola che
ha creduto davvero nella Parola del suo Dio, che insegna a noi, tiepidi credenti,
l’ardire di Dio, la follia dell’Assoluto.
Questa donna, noi crediamo, dopo la lunga esperienza di una fede abitata dal
Mistero, è andata, prima tra i credenti, al Dio che l’aveva chiamata.
Non poteva conoscere la corruzione della morte colei che aveva dato alla luce
l’autore della vita.
Siamo in buona compagnia, amici!
Lasciamoci fare, allora; grandi cose ha fatto Dio in Maria; grandi cose può
fare in noi, se lo lasciamo fare.
Santa Festa dell’Assunta a tutti voi amici, Fausto.