venerdì 6 novembre 2020

Non voglio negare che ci sia il Covid, ci mancherebbe, ma mi infastidisce che con la scusa del Covid, vogliano renderci schiavi di questo governo di incapaci.

 
Corona virus; stiamo perdendo la libertà. Anche di pensare.

Il potere non ha nemmeno più bisogno di alzare la voce perché la perdita della

libertà non è più avvertita come tale ma passa come grande senso di responsabilità

Un dispotismo statalista, condiviso e terapeutico.

Questo il tipo di regime nel quale ci troviamo immersi.

Perché parlo di dispotismo statalista, condiviso e terapeutico?

Con la pandemia sono state sospese le abituali procedure costituzionali e abbiamo

smesso di essere una Repubblica parlamentare.

Lo strumento dei decreti della presidenza del Consiglio ha assunto una centralità

e una preminenza assoluta.

È come se tutti (politica e cittadini) di fronte a uno stress test avessimo proclamato

che diritti costituzionali di libertà e parlamentarismo sono lussi che ci possiamo

permettere quando tutto va bene, ma non di fronte a una grave difficoltà.

Poiché accanto alla disinvoltura del governo nella sospensione dei diritti di libertà

c’è stata la naturalezza dell’opinione pubblica nell’accettare il tutto, un nemico

della libertà può averne tratto utili insegnamenti; è stato dimostrato che è molto

facile sospendere le garanzie costituzionali e imprimere al sistema una svolta

in senso autoritario.

Se la situazione di emergenza si dilatasse, sino a essere presentata e percepita

come la normalità, che cosa succederebbe?

Chi può assicurarci che in futuro un pericolo non potrebbe essere creato di proposito?

C'è il rischio che lo stato di emergenza sia istituzionalizzato?

Di certo al nostro sistema democratico liberale è stata inferta una ferita profonda,

ma pochi reagiscono.

Parlo di dispotismo perché il governo ha assunto una centralità senza precedenti.

Ma che tipo di dispotismo è?

È un dispotismo condiviso, perché opinione pubblica e mass media l’hanno

giustificato, assunto e fatto proprio.

Così in un certo senso ha ripreso vita il Leviatano di Hobbes, il colosso autoritario

che tutto controlla in cambio della sicurezza che gli individui ritengono di non

essere in grado di darsi.

È anche un dispotismo statalista perché tutto è stato demandato all’iniziativa statale;

l’iniziativa privata e dei corpi intermedi non è stata nemmeno presa in considerazione.

Lo Stato è percepito come istituzione non solo e non tanto gestionale, ma salvifica.

È poi un dispotismo terapeutico, perché la Salute è divenuta un assoluto, il politico

ha preso le sembianze del medico, il cittadino è diventato un paziente e la nazione

un ospedale.

Di qui un rapporto asimmetrico che favorisce il dispotismo stesso; non più il rapporto

tra politico e cittadino, tra rappresentante e rappresentato, ma appunto il rapporto

medico-paziente (che mette il paziente nelle condizioni di non discutere).

Sullo sfondo ecco il dogmatismo scientista, per cui “l’ha detto la scienza!” diviene

sinonimo di verità assoluta.

Ma non si tiene conto del fatto che la scienza, in realtà, non ha mai risposte certe.

La scienza può solo studiare, mettere a confronto, analizzare dati.

Quella di ottenere dalla scienza risposte certe è un'illusione.

Questo dispotismo statalista, condiviso e terapeutico rivela, paradossalmente,

tante debolezze.

Debolezza della politica, che si è messa nelle mani della tecnoscienza riconoscendosi

incapace di affrontare i problemi.

Debolezza dell’esecutivo che si è fatto cogliere impreparato ed è diventato autoritario

nel tentativo di recuperare.

Debolezza dello Stato, che ha risposto con la solita farraginosità e si è lasciato

comandare dagli organismi sovranazionali.

Debolezza della cosiddetta società civile, del tutto passiva.

Debolezza della Chiesa, che si è prontamente allineata al dispotismo e alla

narrazione dominante.

In generale, debolezza antropologica dell’uomo contemporaneo, che pretende di

essere messo al riparo da ogni tipo di contagio ed è spinto a chiedere protezione

ignorando di avere in sé le risposte per reagire.

Dispotismo paternalista.

Aggiungo che è un dispotismo paternalista, perché ripete che lo fa per il nostro

bene (si pensi al provvedimento denominato Cura Italia), ma nei fatti si

comporta in modo autoritario.

Decisivo è il ruolo dell’informazione.

Questo dispotismo, per sussistere e affermarsi, ha bisogno del sostegno attivo dei

mass media, chiamati ad alimentare una narrativa fondata sul terrore.

È la paura che giustifica il ricorso al dispotismo, e la paura va nutrita, diffusa.

Il collegamento tra dispotismo condiviso e informazione è strettissimo e necessario.

Grazie alla paura, il cittadino (divenuto paziente) può solo lasciarsi guidare.

La nascita, in piena pandemia, di una task force governativa contro le fake news

è significativa.

In una democrazia liberale sono i cittadini che si fanno un’idea del problema

attraverso il libero confronto delle fonti e delle opinioni.

In questo caso invece il governo ha preteso di stabilire esso stesso che cosa è

verità e che cosa è menzogna, che cosa è vera informazione e che cosa non lo è,

quali notizie e interpretazioni sono degne di essere diffuse e quali vanno stoppate.

Biopolitica e bioinformazione vanno a braccetto sul terreno del dispotismo paternalistico.

Aldous Huxley nel suo romanzo distopico il mondo nuovo immaginò che il

condizionamento avvenisse di notte, mentre i soggetti dormivano, attraverso la

somministrazione di un certo tipo di messaggi: “Vediamo il nostro governo,

sempre riunito di notte, quando deve decidere cosa propinarci”.

Oggi il condizionamento avviene davanti alla tv all’ora del telegiornale.

Una narrativa adeguata può spingere un intero popolo a suicidarsi per la paura di morire.

È ciò che stiamo vedendo.

Non conta la reale portata del pericolo, ma la portata percepita.

Non conta ciò che è, ma ciò che la gente pensa che sia, sulla base della narrativa

che le viene imposta.

Renaud Girard, su Le Figaro, ha scritto: “I sociologi dovranno analizzare attentamente

il ruolo svolto dai media nel far sorgere una psicosi mondiale di fronte a una malattia

poco letale”.

Nella speranza che saremo ancora liberi di condurre queste analisi.

Il contagio del panico.

Un altro contagio si è sviluppato accanto a quello del coronavirus, ed è ben più

pericoloso; il contagio del panico.

Sotto molti aspetti è come se avessimo vissuto una classica rivoluzione di

stampo socialista.

Abbiamo avuto l’ideale supremo (la Salute), trasformato in un assoluto rispetto al

quale tutto è sacrificabile.

Abbiamo avuto il terrore come arma.

Abbiamo avuto la narrativa adeguata allo scopo.

Abbiamo i guardiani della rivoluzione, tutti i cittadini “responsabili”, soldati pronti

anche alla delazione.

Abbiamo avuto l’attacco alla Chiesa.

Con la novità che la Chiesa; “scusate, gli uomini di Chiesa, che non è la stessa cosa”,

anziché opporre resistenza, si è adeguata, dimostrandosi persino più realista del re.

Prevedibile, visto che gli uomini di Chiesa non mettono più al centro Dio ma l’uomo,

non la salvezza dell’anima ma la salute psicofisica.

La parola Responsabilità è diventata la bandiera dell’esercito combattente

per la liberazione dal virus.

Chi non si adegua è irresponsabile, è il nemico.

I drappi sui balconi ("Andrà tutto bene") assomigliano agli slogan sui muri

Dell’Avana: "Venceremos, Hasta la victoria siempre.

Ogni rivoluzione ha le sue parole d’ordine.

Nel nostro caso, oltre alla parola Responsabilità, ecco Salute, Sicurezza,

Collaborazione. [ecc, ecc].

Abbiamo vissuto nel conformismo assoluto, che si realizza quando colui che

perde la libertà non se ne rende nemmeno conto, perché è auto-asservito.

Così il potere non ha nemmeno più bisogno di alzare la voce.

Quanto più totale è il suo potere, tanto più muto è il suo comando.

Basta un cenno. Noi non pensiamo.

Noi siamo ciò che ci vien detto di essere.

Siamo indotti ormai a ritenere che abbiamo bisogno solo di ciò che ci viene imposto.

Il sospetto di aver perso la libertà non ci sfiora nemmeno, perché il conformismo

non è più avvertito come tale ma passa come grande senso di responsabilità.

Curioso; nel momento stesso in cui la Chiesa ha disertato, ecco che ci vengono

imposti modelli di stampo religioso.

Abbiamo una Trinità (Scienza, Salute, Sicurezza), abbiamo il peccato (non collaborare,

non dimostrarsi responsabili), abbiamo il castigo (essere letteralmente scomunicati,

messi fuori dalla comunità in quanto indegni, se non si accetta la narrativa dominante),

abbiamo le sacre scritture (i mass media allineati), abbiamo l’impellente richiesta

di convertirci (alla tecnoscienza), abbiamo l’identificazione del credere con la salvezza,

abbiamo i nuovi bacchettoni che giudicano tutto e tutti e mettono fuori dal consesso

civile i pochi non disposti ad allinearsi, visti come miscredenti.

Perdere la ragione e di conseguenza la libertà.

La nostra cultura secolarizzata, abbandonata la ratio, è caduta nel fideismo.

Per non dire nella superstizione.

Su tutto, occorre ripeterlo, domina la paura.

La paura che fa perdere il senno.

Che fa accettare il sacrificio della libertà.

Che fa vivere il conformismo assoluto come azione catartica.

Il Leviatano ci ha soggiogati utilizzando il terrore.

Abbiamo dimenticato che l’esercizio del potere in un sistema democratico liberale

è soggetto alla legge e che più di una dittatura è salita al potere dopo aver ottenuto

il consenso in base a quelle che erano state spacciate come buone intenzioni.

Il nostro sistema possiede già gli strumenti per contemperare il rispetto della riserva

di legge con l’urgenza (il decreto legge ne è un esempio), ma si è seguita un’altra strada.

La riserva di legge si chiama così perché riserva alla legge primaria, escludendo fonti

di tipo secondario, la regolazione di una determinata materia.

È una funzione di garanzia; vuole assicurare che in materie particolarmente delicate,

come nel caso dei diritti fondamentali del cittadino, le decisioni vengano prese

dall’organo più rappresentativo del potere sovrano, ovvero dal Parlamento, come

previsto dall’articolo 70 della Costituzione, secondo cui la funzione legislativa è

esercitata dalle due Camere.

Nessun provvedimento che limiti le libertà fondamentali può essere preso saltando

le prerogative parlamentari.

Ma tutto è stato spazzato via dalla narrativa del terrore.

Abbiamo perfino dimenticato che lo Stato riceve il potere dal popolo, non è il popolo

che ottiene concessioni dallo Stato.

Abbiamo dimenticato che è consentito tutto tranne ciò è espressamente vietato,

non è vietato tutto tranne ciò che è espressamente consentito.

Il prezzo che stiamo pagando è e sarà salatissimo sotto tutti i punti di vista;

economico, sociale, psicologico.

Lo Stato togli la fatica di dover pensare.

C'è il tentativo di farci vivere non più in uno stato di diritto, ma in uno stato di

polizia, in uno stato d’eccezione permanente.

Siamo di fronte, occorre dirlo, a un tentativo eversivo.

Pian piano le garanzie costituzionali saranno viste sempre di più come inutili pesi.

E che cosa potrà impedire di approdare a adattamenti tali da snaturare completamente

il sistema democratico liberale, magari puntando ancora sulla Salute?

Già ora vediamo che lo stato di polizia inizia a contemplare l’ipotesi di introdursi

nelle nostre case, mentre sollecita la delazione.

Come nei Paesi dell’Est Europa prima della caduta del Muro.

Alexis de Tocqueville, analizzando il potere, specialmente amministrativo, negli

Stati Uniti da lui visitati e studiati nel primo Ottocento, lo definì utilizzando cinque

aggettivi: “È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite” (La democrazia

in America).

Mi sembra l’immagine di ciò che abbiamo sotto i nostri occhi.

Conseguenza di quel tipo di potere, osserva Tocqueville, è che lo Stato cerca di

mantenere i cittadini in una perenne condizione infantile.

Lo Stato si occupa di loro, provvede a loro, toglie a loro “la fatica di dover pensare”.

“Piccole regole complicate, minuziose e uniformi” non sembrano costituire un pericolo

per la democrazia liberale, ma inesorabilmente infiacchiscono, piegano, dirigono.

Il popolo diventa massa informe; cioè, pecore, desiderosi soltanto di lasciarsi guidare.

Questo tipo di Stato non è il classico tiranno che fa la voce grossa e minaccia.

No, è quasi gentile.

Però (uso ancora le espressioni di Tocqueville) “ostacola, comprime, snerva, estingue,

riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi”

le pecore, appunto, e quindi bisognosi di un pastore.

Il dispotismo amministrativo non è segno di forza dello Stato, ma ammissione

della sua debolezza.

Poiché il potere centrale non è sicuro di sé ma è debole, incerto, smarrito,

ecco che pretende di regolare tutto.

Quando poi, come nell’attuale caso italiano, il capo del governo è un politico che

non è stato nemmeno eletto dal popolo, il suo intimo senso di insicurezza è ancora

più accentuato.

Di qui una maggiore carica dispotica, tesa a legittimare un mandato che il capo

sa di non aver mai ricevuto.

Dietro le mascherine un esercito di servi sottomessi.

Molti italiani tengono la mascherina anche se la legge non lo impone più e non

ci sono motivi sanitari per farlo (sono i tipici seguaci degli aspiranti tiranni,

contenti di obbedire senza doversi prendere la responsabilità di sé).

Ecco amici le fogne in cui ci stanno spingendo gli appartenenti del nostro governo

di incapaci e, non essendo capaci di amministrare il paese, vogliono terrorizzarci

con la scusa del covid.

martedì 3 novembre 2020

Purtroppo amici ho una sensazione strana, spero non sia vero, ma da certe fonti amiche mi è pervenuto un sussurro diabolico, la sospensione delle celebrazioni liturgiche causa covid-19, un accordo tra Cei e governo.

 

Governo e vescovi, d’accordo su un’altra sospensione delle Messe?

Una quarantena interminabile ci priverebbe, dopo averlo fatto con la Pasqua,

anche del Santo Natale.

L’insistente propaganda mediatica sul Covid, la propaganda della paura finalizzata

a restringere sempre più le libertà, col pretesto di tutelare la salute pubblica dalla

minaccia di un nemico che avanza inesorabile, sembra trovare un interlocutore

che accoglie con zelo e pieno consenso la narrazione governativa.

Si tratta, e spiace dirlo, dell’Episcopato, vedi il periodico Avvenire.

La Chiesa in Italia è sempre più una Chiesa patriottica, una Chiesa di Stato, ovvero,

una Chiesa le cui posizioni e i cui giudizi collimano perfettamente con quelli del Governo.

Circolano sempre più insistentemente le voci che la Conferenza Episcopale Italiana

non avrebbe nulla da eccepire su una richiesta di parte governativa di chiusura delle

chiese, di sospensione delle Messe e della celebrazione dei Sacramenti.

Anzi; a leggere le dichiarazioni rilasciate nei scorsi giorni dal sottosegretario della

Cei monsignor Stefano Russo, la Chiesa stessa sarebbe pronta a sacrificare nel nome

della sanità pubblica le proprie attività liturgiche e pastorali.

Una Chiesa in totale ritirata.

Il motivo sarebbe, come lo fu in occasione della prima chiusura, dall’inizio della

Quaresima fino a maggio, evitare che le celebrazioni liturgiche possano diventare

occasione di contagio.

Ma è da crederci che questo rischio sia reale?

Se così fosse, vorrebbe dire che i protocolli concordati tra Cei e governo e che sono

in vigore da maggio sono insufficienti.

Ma questo non è sostenibile; a maggio infatti il numero dei casi, dei ricoveri,

dei decessi, era estremamente più alto dell’attuale.

Come mai ora queste Messe biocompatibili, a numero chiuso, con distanziamenti,

con mascherine, con igienizzazioni, spesso senza più panche, spesso col divieto di

inginocchiarsi, col divieto di ricevere la Comunione secondo quanto stabilito dalle

norme canoniche della Chiesa stessa, cioè in bocca, non sarebbero più sicure, tanto

da indurre alla serrata liturgica?

Ci sono elementi di tipo igienico-sanitario che possano rendere necessaria questa misura?

A noi addetti ai lavori non risulta.

Nessun focolaio di casi ha preso il via da una Messa, da una confessione, da un Battesimo.

Se i vescovi hanno dei dati epidemiologici diversi sarebbe opportuno che li rendessero noti.

Sarebbe interessante sapere come sarebbe possibile la trasmissione del virus in condizioni

di limitazioni di contatti come quelli delle attuali celebrazioni che non hanno eguali in

nessun’altra attività pubblica; né ai supermercati, nei bar, nei ristoranti o nei negozi

o per le strade esistono misure tanto drastiche come quelle che vigono nelle chiese.

Quindi, non esistono motivi e ragioni di tipo sanitario per tornare alla sospensione delle

Messe, alle chiusure di quelle che un tempo vicinissimo, ma che ora sembra infinitamente

remoto erano le attività pastorali.

Il timore di molti fedeli è inoltre che tale sospensione potrebbe essere a tempo

indeterminato, forse addirittura fino alla messa in commercio del rimedio

farmacologico tanto auspicato da ambienti ecclesiali anche di vertice.

Un tempo di contumacia indefinito.

Una quarantena interminabile, che ci priverebbe-dopo averlo fatto con la Pasqua-anche

del Santo Natale.

Se davvero la Cei intendesse accettare questo tipo di imposizione, o addirittura

volesse per prima operare una sua spontanea rinuncia, si assumerebbe una gravissima

responsabilità di fronte al popolo di Dio.

La responsabilità di privarlo di ciò che i cristiani hanno di più caro, cioè la presenza

reale di Nostro Signore, che si realizza attraverso i sacramenti, a cominciare dall’Eucaristia.

Qualche prelato, durante il lockdown della scorsa primavera, ironizzò sulla “fame

eucaristica” dei fedeli, visti come “zeloti”, quasi come dei fanatici insensibili al

dramma sanitario che stava andando consumandosi.

Oggi sarebbe difficile continuare a sostenere questa tesi, soprattutto davanti a un

quadro epidemiologico molto mutato, con un virus che si può curare e guarire.

Se una certa Chiesa crede che queste scelte, che comporterebbero il ritorno alle

celebrazioni in streaming, che hanno il solo vantaggio di far sì che la casalinga

possa continuare a preparare il sugo lanciando ogni tanto un’occhiata allo schermo,

unisca e affratelli tutti i fragili e i disperati e li renda uguali nella stessa sorte, tutti

sulla stessa barca, si sbaglia di grosso.

La sospensione del culto pubblico avrebbe il solo effetto di allontanare definitivamente

la Chiesa dagli uomini, di renderla definitivamente inutile, di farla sparire per lasciare definitivamente campo libero ad una nuova, parodistica, religione dell’umanitarismo,

un politeismo di fatto nel cui pantheon un ruolo determinante lo rivestirebbe la Dea Salute.

Di conseguenza ci ridurremo come la chiesa cinese, dove decide il governo cosa

deve o non deve fare.

Vogliamo una Chiesa così? Io no, non la voglio una Chiesa.

Io voglio una Chiesa vera con uomini di Chiesa che mi parlino del Dio di Gesù.

Ecco amici una vera follia, se dovesse succedere, spero di no, spero proprio di

sbagliarmi, ma la paura che succeda è reale.

Ma se dovesse succedere, sarei il primo ad incolpare gli uomini di Chiesa di tutto

questo, e sarei anche il primo a fare marcia indietro ed abbandonare i fantomatici

uomini di Chiesa.

E se succedesse, lo farei apertamente, ve lo comunicherei dalle mie pagine,

ma continuerei a commentare il Vangelo come sto facendo ogni giorno,

continuerei a parlarvi del Signore Gesù, quello vero e non quello farlocco,

buona giornata Fausto. 

martedì 27 ottobre 2020

Ecco finalmente una persona onesta e con dignità, non come gli altri componenti della specie del governo che abbiamo, e questo è uno schiaffo anche al movimento 5Stelle.

 

“Non mi ricandido e lascio il M5S.

Vi spiego tutti gli errori del governo e del Dpcm” 26 Ottobre 2020, 17:28

Il viceministro alla Sanità Pierpaolo Sileri fa scoppiare una piccola bomba nel

governo e in casa 5Stelle.

Ha infatti annunciato che al termine del mandato lascerà il Movimento e non si ricandiderà.

Inoltre, ha detto chiaro e tondo che il governo si è colpevolmente fatto trovare

impreparato alla seconda ondata e che il Cts così com’è non funziona.

Insomma, ha retto a lungo, poi alla fine ha sbottato e ha tirato fuori il rospo.

“Non ho mai militato nel M5S e di non mi sono mai iscritto alla piattaforma Rousseau”.

Furono quindi Luigi Di Maio e Paola Taverna a proporgli la candidatura in un collegio

uninominale a nord della Capitale, prese 94mila voti.

Alla domanda con chi abbia idea di ricandidarsi in futuro, non ha dubbi: “Non mi ricandido.

Sono un chirurgo, non butto via 25 anni di sacrifici e professione.

Quando mi informarono della nomina a viceministro ero in sala operatoria.

Fu l’ultimo intervento, perché la legge ora mi vieta di usare il bisturi, ma io voglio

tornare in ospedale.

Si figuri che avevo chiesto di poterci andare da volontario il sabato mattina, quando

sono libero, ma in quanto sono al governo mi è stato impedito”.

Sileri, nella sua intervista a Libero è un fiume in piena: “Il 25 marzo 2023, quando

sarà finito tutto questo, mi troverete al San Raffaele di Milano, dove ho vinto un

concorso del 2016”.

In quell’ospedale, come è noto, lavora anche il primario di Anestesia e rianimazione-nonché

medico personale di Silvio Berlusconi-Alberto Zangrillo. Sileri difende anche lui dalle

critiche ricevute: “Arrivano da chi non ne capisce.

Io ho avuto il Covid, e quando sono stato male io stesso dissi a molti che se qualcosa

fosse andato storto il San Raffaele sarebbe stata la sede per il ricovero.

Zangrillo ha usato un’espressione infelice, ma molti degli addetti ai lavori hanno capito

benissimo che cosa intendesse: che il virus non arrivava più in terapia intensiva.

Ora sì, il virus circola, più persone rischiano di andare in terapia intensiva.

Ma ci sono differenze.

Durante la prima ondata si moriva in casa e il medico arrivava due giorni dopo il decesso.

Ora non è più così”.

Poi le critiche al governo.

Il viceministro vorrebbe più trasparenza e anche allargare il tavolo del Cts.

E poi sulle chiusure varate dall’ultimo Dpcm, non è del tutto concorde, anche perché “in

terapia intensiva ci sono ancora molti posti e la crescita dei ricoverati non è esponenziale.

Il numero dei positivi è altissimo ma la maggior parte di loro non è malata: bisogna

distinguere e non creare inutile terrorismo.

Stiamo paralizzando un Paese in attesa di omologare i test salivari. Inconcepibile”.

Quanto al modo in cui il governo sta affrontando questa ondata dell’epidemia,

aggiunge Sileri: “Io sono per allargare il tavolo del Comitato Tecnico Scientifico

e renderne più trasparenti le logiche e le modalità operative.

Mi pare doverosa la trasparenza di questi tempi: non si possono affidare a consulenti

di nomina governativa decisioni fondamentali per tutto il Paese.

La prima cosa da fare è aumentare la capacità diagnostica.

Dividiamo la popolazione in tre fasce: basso, medio e alto rischio.

Usiamo il test rapido antigenico per coloro che sono a basso e medio rischio e

sottoponiamo solo la terza fascia al tampone; così si riescono a mappare 400mila persone

al giorno e non sprechiamo tamponi per soggetti che non essendo contatti stretti non

sono a rischio elevato”.

Continua Sileri: “È assurdo quello a cui stiamo assistendo, con migliaia di persone

che prendono d’assalto i pronto soccorso per sintomi sovrapponibili a quello del

Covid, oppure file interminabili per fare un tampone.

Avere più offerta diagnostica più semplice del tampone e fruibile dai medici di

medicina generale, nelle farmacie o nel privato e, perché no, anche negli studi

dentistici aiuterebbe il sistema in toto.

Facciamo troppi tamponi alle persone sbagliate-precisa Sileri-.

Se io risulto positivo, si può fare il tampone ai miei assistenti, ma non a tutto il piano.

Per gli altri basta un test antigenico rapido o salivare che costa un quinto e hai il

risultato in un’ora anziché in cinque giorni.

Con il Covid bisogna agire come con tutte le altre patologie”.

“Gli scienziati-conclude Sileri-hanno punti di vista personali differenti ma anche

rivalità accese.

Le parole di Zangrillo sono state strumentalizzate.

Mi sembra che a volte molti miei colleghi in camice utilizzino la tv per sfide

e scopi personali.

Vado al San Raffaele di Milano perché è l’eccellenza in Italia.

Ormai la maggior parte di chi entra o rimane in politica lo fa per i soldi o per il potere.

Io guadagnavo di più da medico che da viceministro e il potere per me è fare le cose

che ritengo utili per il Paese.

Da presidente della Commissione Sanità ho sbloccato la legge che permette la ricerca

sui cadaveri, velocizzato la legge sulla rete dei registri dei tumori e molto altro.

Mi basta questo per sentire di aver fatto il mio dovere”.

Infine, alla domanda se “siamo alla vigilia di una crisi come quella del marzo scorso”,

ha risposto: “Faccio fatica-conclude-a immaginarmi uno scenario simile a quello di marzo.

Prevedo un’ulteriore salita dei contagi, ma graduale per quanto riguarda i posti in terapia

intensiva e spero che quando si vedranno i primi effetti del decreto della Presidenza del

Consiglio la curva si addolcirà.

Serviva, e serve, un uso spregiudicato della diagnostica.

Questo è stato il grande errore”.

giovedì 1 ottobre 2020

S. Teresina e Madre Speranza di Gesù.

 


Oggi festa di S. Teresina di Gesù .                     

Questa santa ebbe una grande importanza nella vita della B.M.Speranza.

Non poteva averla conosciuta perché la B.M.Speranza è nata nel 1893,

S. Teresina è morta nel 1897, quindi aveva appena 4 anni.

Ospite nella casa del parroco, ancora piccolina, le apparve S Teresina, sotto

forma di una suora, dicendole: tu devi portare a compimento l'opera iniziata

da me.......La M Speranza ha avuto sempre una grande devozione per

questa santa. Grazie Gesù.

lunedì 28 settembre 2020

Santuario dell'Amore Misericordioso a Collevalenza (PG)

Non tutti giorni sono uguali,ma abbiamo la certezza che sopra le nostre
difficoltà risplende sempre il "sole" dell'Amore Misericordioso :" Può una
mamma dimenticare il proprio bambino ?" Grazie Signore!


mercoledì 2 settembre 2020

Ed eccoci amici in una notte dove il sonno non arriva, sono qui davanti al computer con i miei pensieri tristi a causa dei problemi di salute di mia moglie, ed allora mi sono messo un'altra volta a rileggere il Vangelo di oggi, a chiedermi ancora e ancora, cosa vuole dirmi il Signore attraverso questo brano, ed allora eccomi a dialogare con il mio amico Pietro, anche lui, come me, con tanti problemi di fede, proprio come il sottoscritto.


Barche e una strana pesca.
Dal Vangelo secondo Luca (5,1-11) anno pari.
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio,
Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda.
I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra.
Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre
reti per la pesca».
Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso
nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano.
Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli.
Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore,
allontànati da me, perché sono un peccatore».
Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca
che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano
soci di Simone.
Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Ciao Pietro, non posso lasciarti solo neanche un momento, che vai subito in tilt.
Scherzo naturalmente, questa volta hai fatto la cosa più bella della tua esistenza,
hai seguito quello strampalato falegname, magari incavolato, ma l’hai seguito e
Lui ti ha premiato, hai visto quanti pesci?
E scusa, ma poi lo hai ringraziato almeno?
Grande Pietro, e ancora di più Gesù.
Pietro non si aspettava certo di finire in quel modo strampalato quella notte in
cui tutto era andato storto.
E invece, a riva, lo aspettava un’insolita ressa, la calca di gente che ascoltava
quello strano falegname, Gesù figlio di Giuseppe, quel Maestro che correva
dietro alle nuvole e alle profezie, e che lo ha invitato a interrompere il lavoro
di riassetto delle reti e di imprestargli la barca.
Chissà; forse per educazione o per non sfigurare davanti a tanta folla, Pietro
ha accettato, perplesso e scocciato, ascoltando quel buontempone che aveva
così tanto tempo da perdere.
Poi, d’improvviso, la richiesta di prendere il largo, di calare le reti, di tornare a pescare.
Luca, gentile, ci dona una versione politicamente corretta del dialogo.
In realtà, con modo brusco e sbrigativo, Pietro ha detto al falegname di pensare al
suo mestiere, senza insegnargli a fare il pescatore dopo tanti anni.
E-chissà come-alla fine si è lasciato convincere il generoso Pietro, e ha fatto
la pesca più sbalorditiva della sua vita.
Da quel giorno tutto è cambiato, e Pietro ha avuto per un momento la percezione
della potenza di Dio, dell’immensa distanza tra la sua fragile vita e la serena
presenza dell’Assoluto di Dio racchiuso dietro lo sguardo tagliente e sorridente
di quel Nazareno.
Così inizia l’avventura di Pietro. E la nostra quando inizia?
Sì perché, amici, dopo avere accolto la buona notizia dell’oggi di Dio, avviene
qualcosa di inatteso; Dio mi chiede, ci chiede di collaborare, di metterci in gioco,
di aiutarlo, insomma; prende a prestito la nostra barca.
Sì amici, Dio vuole salire sulla nostra barca, la barca della nostra vita, ha bisogno
di me, di te e di tutti noi per potere raccontare il Vangelo, ha bisogno della nostra
disponibilità per raccontarsi.
E questo avviene alla fine di una giornata da schifo, di un periodo nero.
E questo avviene non per merito; Pietro si accorge dell’immensa distanza tra
lui e il Rabbì, e quando finalmente apre il suo cuore all’assoluto di Dio, sente
la fragilità del suo limite, la pesantezza del peccato.
Ma neppure questo è sufficiente a fermare Dio, neppure il nostro peccato è
sufficiente a bloccare la chiamata di Dio.
Siamo onesti; pensiamo sempre che la “vocazione” riguardi qualche prete o
qualche suora, e anche noi, come Pietro, assistiamo perplessi a questo mondo
di devoti che ci sembra lontano dalla fatica del quotidiano.
E invece no; Dio ha bisogno proprio di me, di te, di noi e ci chiede di mettergli
a disposizione la barca.
Non ci chiede di fare i predicatori o i guaritori, no.
Ci chiede di accoglierlo, di credergli, di fidarci.
Fidiamoci, amici, fidiamoci, affidiamoci, confidiamo.
È Dio che ci chiama, non siamo noi che lo troviamo.
È paradossale ma è così; noi cerchiamo colui che ci cerca.
È una specie di gioco che coinvolge la nostra libertà e ci spinge al vero dentro di noi.
Dio desidera incontrarci, ma noi fatichiamo, scappiamo, siamo indifferenti e indaffarati.
La storia dell’umanità si gioca tutta dietro questa cifra di doppia ricerca; Dio
da una parte e l’uomo dall’altra.
Diverse sono le strade attraverso cui lasciarci raggiungere da Dio; io ne conosco
Due molto efficaci; il silenzio e la preghiera.
Dimensione trascurata, il silenzio manca alle nostre giornate piene di rumore.
Attenzione, però, qui non parliamo del silenzio angosciante e vuoto della solitudine,
ma di quello gravido e teso della preghiera.
Ci ricordiamo di Paolo; spero di si, lui invece, è chiamato da Dio attraverso la
testimonianza della comunità.
Notiamo; la stessa comunità che Paolo perseguita, la stessa.
Non è così anche per noi?
Parlare di Chiesa ci fa rabbrividire, ci scoccia, ognuno è disposto a dire ogni
male della Chiesa, là dove per “Chiesa” intendiamo una specie di struttura rigida
e ostile fatta di privilegi e cose assurde, (già; ma esiste questa “Chiesa”?
Gesù parla di una comunità di fratelli che realizzano il Regno).
Così Paolo; anzi, lui passa dalle parole ai fatti; questa “Chiesa” va eliminata.
Ma, sulla strada di Damasco Paolo dovrà cambiare giudizio, sarà atterrato
e accecato e dovrà fidarsi per vederci chiaro.
Dopo molti anni Paolo il grande riguarda la sua esperienza e vede luce, vede
che Dio l’ha raggiunto proprio attraverso la testimonianza di quei fratelli
che Paolo voleva distruggere!
Pietro, Paolo e noi, sperimentiamo questa immensa verità; Dio ci viene incontro,
ha bisogno di noi, del nostro tempo, della nostre energie, delle nostre risorse.
Poco importa se ne siamo degni, poco importa se siamo poco devoti o ci sentiamo distanti.
Il Signore vuole farci diventare dei pescatori di uomini. Bellissimo!
Pescatori di uomini, cioè capaci di far uscire umanità dal nostro cuore e dal
cuore delle tante persone che incontriamo.
Pescatori di uomini, capaci di raccogliere intorno al Maestro dei discepoli che,
vivendo il Vangelo, diventano più uomini.
Pescatori, non agricoltori.
Perché il Signore ha scelto dei pescatori?
L’agricoltore deve dissodare il terreno e seminarlo, irrigarlo e accudirlo, vero.
Ma il terreno è immobile, fermo.
Il pesce no, è il pescatore che si deve muovere.
Forse il Signore voleva dirci che la Chiesa, comunità di coloro che si sono fidati,
non si può fermare, non si può arenare, non può (mai e mai) diventare statica.
Animo, fratelli, facciamo i matti, un volta tanto, smettiamola di calcolare, di pensare,
di progettare, di valutare e doniamo il nostro cuore e la nostra vita al Regno!
Ed allora facciamo come quel matto del mio amico Pietro, lui si è fidato, ed io
amici ho imparato da lui e ne sono contento.
E voi che fate?
Fidatevi amici ne vale la pena e fate in fretta, perché vedo che Gesù è sempre
di corsa e non ha tanto tempo per aspettare.

venerdì 21 agosto 2020

Salvaci o Signore.


"Creati per la gloria del tuo nome,
redenti dal tuo sangue sulla croce,
segnati dal sigillo del tuo Spirito,
noi t'invochiamo: salvaci ,o Signore"