venerdì 8 aprile 2016

Catechesi del Papa all'udienza Generale di Mercoledì 6 Aprile 2016

Il Papa: Sì, il Vangelo è davvero il “Vangelo della
Misericordia”, perché Gesù è la Misericordia!
Il Vangelo della Misericordia.
Dopo aver riflettuto sulla misericordia di Dio nell’Antico
Testamento, oggi iniziamo a meditare su come Gesù stesso
l’ha portata al suo pieno compimento.
Così Papa Francesco ha introdotto la catechesi di
Mercoledì mattina.
Una misericordia che Egli ha espresso, realizzato e comunicato
sempre, in ogni momento della sua vita terrena.
Incontrando le folle, annunciando il Vangelo, guarendo gli
ammalati, avvicinandosi agli ultimi, perdonando i peccatori,
Gesù rende visibile un amore aperto a tutti: nessuno  escluso!
Aperto a tutti senza confini. Un amore puro, gratuito, assoluto.
Un amore che raggiunge il suo culmine nel Sacrificio della croce.
Sì, il Vangelo è davvero il “Vangelo della Misericordia”, perché
Gesù è la Misericordia!
Tutti e quattro i Vangeli attestano che Gesù, prima di intraprendere
il suo ministero, volle ricevere il battesimo da Giovanni Battista
(Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22; Gv 1,29-34).
Questo avvenimento imprime un orientamento decisivo a tutta
la missione di Cristo…
Come Lui stesso afferma nella sinagoga di Nazaret identificandosi
con la profezia di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me,
per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a
portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri
la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Tutto quanto Gesù ha compiuto dopo il battesimo è stato la
realizzazione del programma iniziale: portare a tutti l’amore
di Dio che salva.
Gesù… ci ha portato l’amore!
Un amore grande, un cuore aperto per tutti, per tutti noi!
Un amore che salva!  Lui si è fatto prossimo agli ultimi,
comunicando loro la misericordia di Dio che è perdono,
gioia e vita nuova.
Gesù, il Figlio inviato dal Padre, è realmente l’inizio del
tempo della misericordia per tutta l’umanità!
Quanti erano presenti sulla riva del Giordano non capirono
subito la portata del gesto di Gesù di farsi battezzare. 
Lo stesso Giovanni Battista si stupì della sua decisione (cfr Mt 3,14).
Ma il Padre celeste no!
Egli fece udire la sua voce dall’alto: «Tu sei il Figlio mio,
l’amato, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). In tal modo
il Padre conferma la via che il Figlio ha intrapreso come Messia,
mentre scende su di Lui come una colomba lo Spirito Santo.
Così il cuore di Gesù batte, per così dire, all’unisono con il
cuore del Padre e dello Spirito, mostrando a tutti gli uomini
che la salvezza è frutto della misericordia di Dio.
Possiamo contemplare ancora più chiaramente il grande
mistero di questo amore volgendo lo sguardo a Gesù crocifisso.
Mentre sta per morire innocente per noi peccatori, Egli supplica
il Padre: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»
(Lc 23,34).
E’ sulla croce che Gesù presenta alla misericordia del Padre
il peccato del mondo: il peccato di tutti, i miei peccati, i tuoi
peccati, i vostri peccati.
E lì, sulla croce, Lui li presenta al Padre …
Non dobbiamo temere, dunque, di riconoscerci peccatori,
confessarci peccatori, perché ogni peccato è stato portato
dal Figlio sulla Croce.
E quando noi lo confessiamo pentiti affidandoci a Lui, siamo
certi di essere perdonati.
Il sacramento della Riconciliazione rende attuale per ognuno
la forza del perdono che scaturisce dalla Croce e rinnova
nella nostra vita la grazia della misericordia che Gesù
ci ha acquistato! …
In questo Anno Giubilare–Il Papa ha così concluso la
catechesi-chiediamo a Dio la grazia di fare esperienza
della potenza del Vangelo: Vangelo della misericordia che
trasforma, che fa entrare nel cuore di Dio, che ci rende capaci
di perdonare e guardare il mondo con più bontà.
Se accogliamo il Vangelo del Crocifisso Risorto, tutta la nostra
vita è plasmata dalla forza del suo amore che rinnova.



mercoledì 6 aprile 2016

Al mio amico Tommaso

Scusate il ritardo amici, ma Domenica scorsa
ero al Santuario dell’Amore Misericordioso,
proprio a meditare sulle mie paure.
Tommaso, patrono degli sconfitti.
Tommaso, al solito.
E’ puntuale, come ogni anno: esattamente otto giorni
dopo la splendida notte di Pasqua.
Lo stesso Vangelo, sempre.
Chissà: forse la comunità cristiana, nella sua fragilità e
saggezza vuole insistere con quest’uomo così simile a noi
proponendolo come modello da imitare.
Sarà questa evidente somiglianza a soprannominarlo
“Didimo” (cioè: gemello)?
Tommaso è assente dal gruppo spaventato degli undici.
Tutti faticano, un po’ stravolti da quanto accaduto: troppe
emozioni tutte insieme: dalla gloria dell’entrata trionfale
a Gerusalemme alla tragedia e alla vergogna in pochi giorni.
Rabbì Gesù è morto, spazzato via dal potere del Sinedrio.
I poveri discepoli sentono tutta la loro fragilità: nessuno
è rimasto sotto la croce, sono tutti sbandati, pecore
senza pastore.
A questo punto arrivano le donne a parlare di uno strano
episodio (vaneggiano?) e poi i due amici di Emmaus.
Ma che succede? Parlano di angeli, di apparizioni. Che succede?
E finalmente accade, la notte stessa di Pasqua, le porte sbarrate.
Succede, capite? Gesù appare, risorto.
Sorride, mostra le piaghe, dona la pace, perdona i loro peccati
e li riempie di luce. Accade, capite?
Manca Tommaso, quando torna riceve la testimonianza
confusa ed eccitata dei suoi compagni.
Ma Tommaso resta gelido.
Il Vangelo non lo dice, ma intuiamo le parole di Tommaso:
“Tu Pietro? Tu Andrea?
Voi mi venite a dire che Gesù è vivo?
Voi che siete fuggiti?
Voi incoerenti e scostanti? Voi? No, non vi credo”.
Lasciatemi spezzare una lancia a favore di Tommaso,
dipinto superficialmente come incredulo.
Pensate davvero sia incredulo?
Non sentite, al contrario, troppa fede dietro le sue amare parole?
Tommaso ha creduto troppo al Rabbì, Tommaso era disposto
a farsi ammazzare per lui.
Tommaso sapeva che Gesù era la via e lo avrebbe seguito.
Poi la delusione, lo scandalo.
Tutto va storto e la gioia di seguire il Maestro, l’emozione
dell’accoglienza diventano paura, vigliaccheria, pianto.
No: Tommaso ha investito troppo nel sogno infranto per
rimettersi in pista.
Lo capisco, povero amico mio.
Lo capisco e mi ci ritrovo.
E ritrovo le tante persone che ho conosciuto: grandi sogni,
grandi ideali e poi la vita, il compromesso, le delusioni.
Penso al sorriso di una moglie diventato duro quando suo
marito se n’è andato svelando le sue fragili intenzioni;
penso all’amarezza di quegli operatori delle comunità che
ogni volta che uno dei ragazzi che cercano di tirare fuori dalla
droga scappa dalla comunità; penso ai sogni infranti di una
ragazza di 18 anni che proprio il giovedì Santo ha ricevuto la
brutta notizia di avere un tumore, lei che pensava di scoprire
il mondo ed invece è inchiodata dalla malattia.
Tommaso è il patrono degli sconfitti, dei sognatori, dei delusi.
Tommaso non crede, non ha più il coraggio di farlo.
E Gesù (ancora!) il paziente, il compassionevole lo attende, insiste.
Questa volta, otto giorno dopo, Tommaso c’è e Gesù,
amorevolmente, lo rimprovera: gli mostra le piaghe quasi
a dirgli: “Tommaso, anch’io ho sofferto, tocca qui, non sei
stati il solo a soffrire…”.
Le piaghe, le ferite, spalancano la diga di commozione
di Tommaso che piange e ride, e non gli importa più nulla
della sua fragilità e della sua durezza.
Tommaso piange e grida il suo stupore, manifesta la sua
fede: credo, credo, credo, credo… Tommaso, patrono degli
sconfitti, prega per noi.
Quando ci scandalizziamo dell’incoerenza della Chiesa,
quando ci sembrano troppe grosse le sue fragilità, quando
non ci sembra possibile che tanta gloria sia affidata a tanta
povertà, prega per noi.
Facci capire che uno dei modi per riconoscere la presenza
del risorto, misterioso ospite delle nostre vite, ora,
è anche la sofferenza.
Facci comprendere che anche una vita sconfitta può incontrare
la gloria del risorto, che il grande popolo dei perdenti ha un
patrono e un Signore.
Tommaso, nostro gemello, aiutaci ad osare anche quando
sembra inutile, a fissare lo sguardo altrove quando la
pesantezza della vita e del peccato ci schiantano a terra,
a lavorare per la costruzione del Regno sapendo che il
mondo è già salvo, ma non lo sa.
Un saluto ed una preghiera a tutti gli sconfitti del mondo,
quando vi trovate in difficoltà; chiedete l’amicizia a Tommaso,
patrono dei delusi, con affetto Fausto.




Il nostro pellegrinaggio a Collevalenza

2-3 Aprile pellegrinaggio al Santuario
dell’Amore Misericordioso.
Eccovi amici le foto del nostro pellegrinaggio.
Ringrazio il Signore ancora adesso per queste due
bellissime giornate trascorse al Santuario in compagnia
di tante persone splendide, tutte persone che fino a
giorno fa ne conoscevo solo il nome, ora invece ho
tanti nuovi amici.
È stato bello condividere con voi la conoscenza del Santuario,
accompagnarvi a scoprire l’amore e la tenerezza di Dio
attraverso colei che di quell’amore e quella tenerezza ne
ha fatto un modello di vita: Madre Speranza, e proprio
di voi anch’io ho scoperto delle nuove sfumature nella Madre
e di riflesso anche nel buon Gesù, come diceva lei.
In particolare, nella Cappella del Crocifisso, quando
abbiamo meditato quell’opera grandiosa, ho avuto un attimo
di emozione, non so se ve ne siete accorti, mi ha emozionato
il parlare del Padre che aspetta il ritorno Figlio con ansia
e fiducia, non era la prima volta, lo faccio sempre con
i gruppi, ma questa volta è stata speciale.
Vi ringrazio tutti della vostra disponibilità e soprattutto

della vostra fiducia ed amicizia, con affetto Fausto.









martedì 29 marzo 2016

I due di Emmaus e noi.

La tenerezza di Gesù.
Sanno che Gesù è risorto: glielo hanno detto alcune discepole.
Ma, si sa, sono donne, emotivamente instabili, facilmente
suggestionabili.
E la notizia dell'assenza del cadavere del Maestro è stata
confermata da alcuni apostoli.
Ma, si sa, loro sono stati talmente travolti dagli eventi
che, probabilmente, vedono lucciole per lanterne.
Tornano ai loro affari, i due discepoli.
Alle loro occupazioni: hanno pensato che il Nazareno fosse
il Messia, quello che avrebbe regnato per mille anni su
Israele sbaragliando i suoi nemici.
Invece è morto, nel peggiore dei modi.
Si allontanano dalla comunità, come fanno molti di noi,
delusi da Dio.
Di uno di loro sappiamo il nome, Clèopa, un personaggio
conosciuto nella primitiva comunità. L'altro, invece, non
ha nome: ognuno metta il suo.
Sono tristi, i discepoli, e parlano delle loro disgrazie.
Tristi, e si caricano a vicenda, facendo a gara a chi si butta
più giù, come si fa, a volte, fra persone scoraggiate.
Come se ci fosse un premio da vincere: lo sfortunato del mese.
Il loro cammino è di reciproca lamentazione, di
progressivo affossamento.
Sconcertante.
È terribile avere a che fare con persone che, quando vedono
che sei afflitto, invece di incoraggiarti iniziano anch'esse
a fare l'elenco delle loro disgrazie.
Mal comune non fa mai mezzo gaudio.
Spesso, fa doppia tristezza.
Gesù si avvicina e cammina con loro.
Non se ne accorgono, come potrebbero?
Non alzano lo sguardo da loro stessi per incrociare lo
sguardo del Signore.
Sono talmente pieni del loro santo dolore da non accorgersi
che la ragione della loro sofferenza non esiste più!
Sono incapaci di uscire dalla gabbia che si sono creati.
E li prende per il naso.
Perché quella faccia? Maleducato!
Sono offesi, ora, i discepoli.
Da dove viene questo rompiscatole?
Non si vede a sufficienza che sono tristi?
Non hanno il volto sufficientemente disperato?
Come si permette questo sciocco straniero di interrompere
le loro lamentazioni?
Non sa della situazione mondiale?
Del terrorismo? Della crisi economica?
Ci rassicura, il dolore, ci dona identità, ci identifica.
A volte, purtroppo, in un percorso insalubre e folle,
finiamo col coltivare questa identità.
Finiamo col coltivare il dolore.
Ho perso un figlio.
Sono un esodato.
Mio marito mi ha lasciata.
Ho avuto un'infanzia terribile.
Diventiamo il nostro dolore.
Questi diventa il nostro segno di riconoscimento: così ci
presentiamo, così vogliamo che ci riconoscano, sperando,
magari, in un cenno di benevolenza, in un gesto di compassione.
Illusi.
Quando capiremo che la gente fugge il dolore come la peste?
È da abbandonare, il sepolcro, da superare, non da usare
come segno di riconoscimento.
Sono offesi, i discepoli restati orfani.
Cosa è successo? Chiede il risorto.
Parlano della sua croce, e Gesù nemmeno se ne ricorda.
E pronunciano la frase più triste dell'intero vangelo.
Noi speravamo. Che tristezza.
La speranza è sempre rivolta al futuro.
Declinarla al passato significa ammetterne il totale fallimento.
È difficile accettare il fallimento di un progetto, di un'azienda,
di un gruppo parrocchiale.
Il fallimento della speranza porta alla morte interiore.
Noi speravamo: che sciocchi siamo stati a seguire il Nazareno,
a credere che fosse lui il Messia! Che ingenui! 
Noi speravamo: ci siamo illusi, siamo stati degli idioti abissali,
non abbiamo giustificazioni!
La speranza è morta su quella maledetta croce.
È morta e sepolta con Gesù, nel sepolcro regalato da
Giuseppe di Arimatea.
Quanti ne conosco di discepoli così, tristi e rassegnati!
Noi speravamo, dicono i discepoli.
E intanto il Signore che credono morto cammina con loro.
Descrivono con dovizia di particolari le vicende che riguardano
il Maestro, i discepoli restati orfani.
Si aspettano comprensione, compassione.
Ottengono uno schiaffo in pieno volto.
Sciocchi e tardi, dice loro lo straniero.
La sua provocazione li scuote, li costringe ad alzare lo sguardo.
Cosa sta dicendo questo maleducato?
Come si permette?
Sciocchi a tardi nel credere, insiste.
Gesù spiega il senso di quella sofferenza, della sua sofferenza,
e li aiuta a rileggere tutti gli eventi in una chiave diversa,
più ampia, a leggere il dolore alla luce del grande disegno di Dio.
Sono fermi alla croce, i discepoli del risorto.
Possiamo continuare a fissare il bruco, senza accorgerci che
sta per diventare una farfalla.
Non sempre chi ti dà una carezza ti vuole bene.
Non sempre chi ti dà uno schiaffo ti vuole del male.
A volte una bella scrollata ci distoglie dal dolore e ci aiuta
a vedere le cose in maniera diversa.
Arde, ora, il cuore dei discepoli.
Il loro dolore inutile, paradossalmente gratificante, è spazzato
via dalla Parola che riscalda e illumina.
Tutto acquista senso, una dimensione nuova.
La loro vita, riletta alla luce del grande progetto di Dio,
assume un colore completamente diverso.
Ancora Buona Pasqua, cercatori di Dio, rallegriamoci; è Risorto.


Udine, il Vescovo contro le banche.

“Sono come i terroristi di Bruxelles”
di Ivan Francese - 29/03/2016
Monsignor Mazzoccato attacca i responsabili della crisi
di Veneto Banca e Popolare di Vicenza: “Lo spirito del
male che ha agito a Bruxelles è lo stesso che ha permesso
il fallimento degli Istituti”.
I dirigenti di banca senza scrupoli?
Sono come i terroristi di Bruxelles: l’anatema arriva
da Andrea Bruno Mazzoccato, Arcivescovo di Udine.
Che nell’omelia della Messa del Lunedì dell’Angelo celebrata
davanti ai carcerati del penitenziario di Tolmezzo ha attaccato
frontalmente i responsabili dei tanti crac bancari, che non
hanno risparmiato nemmeno il Triveneto.
Difficile infatti che l’Arcivescovo, originario di Treviso,
non abbia pensato alle storie dei tanti risparmiatori delle
province venete rovinati nella crisi di Veneto Banca e della
Popolare di Vicenza, le cui azioni sono state svalutate fino al 90%.
“Lo spirito del male-ha tuonato il Presule davanti ai
detenuti-è quello che, preferendo la morte alla vita e l’odio
all’amore, ha agito pieno di superbia negli attentati di Bruxelles,
in giovani indemoniati che facendosi esplodere hanno
provocato morte e sofferenza.
Lo stesso male che ha permesso il fallimento di alcune
banche dove dirigenti senza scrupoli hanno rubato i soldi,
i risparmi di una vita, di tanta povera gente che ora si
ritrova senza niente.
Anche questi funzionari sono indemoniati, hanno
un animo cinico e nulla gli interessa degli altri”.
Frasi pesanti, pronunciate in un luogo di penitenza e di dolore,
che evidentemente ha ispirato al Vescovo una riflessione
non comune: il male è tale a prescindere dalle modalità con
cui colpisce.
E un cristiano deve sempre fuggirlo.



A proposito dell'Islam

Così devono parlare i Vescovi.
Il Vescovo ora parla chiaro: “Islam e Corano violenti”
di Claudio Cartaldo - 29/03/2016.
Monsignor Pieronek, Vescovo polacco: “Non credo sia
corretto distinguere tra Islam buono e Islam cattivo.
L’Islam si basa sul Corano un testo nel quale la violenza
esiste ed è contemplata”.
Non usa mezzi termini, monsignor Tadeusz Pieronek,
Vescovo già segretario della Conferenza episcopale polacca.
“Non escludo che possa esserci un piano per cancellare
la identità dell’Europa, collegato al flusso di migranti”,
ha detto in una intervista al quotidiano online cattolico 
lafedequotidiana.it.
Parole dure, dirette, contro l’Islam che continua ad
insanguinare l’Occidente.
Altro che dialogo, altro che integrazione.
“L’Occidente-sentenzia Mons. Pieronek-da molta parte
degli islamici è visto come nemico e questo abbiamo
il dovere di considerarlo.
Certamente esistono islamici bravi e non violenti, e con
loro dobbiamo dialogare e convivere, ma per tanti di loro
eravamo e siamo infedeli da sottomettere”.
Infatti “non credo che sia corretto fare la distinzione tra
Islam buono e Islam cattivo.
L’Islam si basa sul Corano un testo nel quale la violenza
esiste ed è contemplata.
Semmai esistono singoli islamici buoni e cattivi come dappertutto.
Questo non elimina il mio giudizio sul Corano che
è la base dell’Islam, siamo al cospetto di un libro nel quale
si predica la sottomissione con la forza degli altri, tra i quali
ci sono i cristiani”.
Quei cristiani “abbandonati” anche nel loro Continente,
con il rischio che diventino minoranza.
“Io credo che ci sia un rischio di islamizzazione nel
continente europeo-continua il Vescovo-una sorta di
invasione insidiosa da non sottovalutare.
Mentre gli islamici pregano cinque volte al giorno e sono
costanti nella loro fede, i cristiani, meglio l’Europa, ha
smarrito le sue radici e non ha il coraggio di manifestare in
pubblico la Fede e di testimoniarla nella vita di ogni giorno.
La sola vera risposta all’ Islam, senza scontri di civiltà, è il
rafforzamento della identità cristiana”.
Poi l’affondo contro i flussi migratori: “Noi per loro siamo
degli infedeli.
Non escludo affatto che dietro questi enormi flussi migratori
si nasconda un piano studiato per cancellare le origini e la
identità del continente europeo, un piano gradito e probabilmente
promosso da grandi potenze e dalla finanza.
Chiudere le frontiere è un errore, però qualche cosa va
fatta realisticamente”.
Non è possibile accogliere tutti.
“L’accoglienza e la solidarietà-dice Pieronek-sono valori
cristiani da coltivare e non possiamo negare questo a chi soffre.
Penso ai polacchi e dico loro che non devono dimenticare
quando emigravano e cercavano aiuto.
Tuttavia occorre controllare i flussi migratori in modo responsabile.
Chi è in grado di escludere che tra i migranti non
si nascondano anche terroristi?
Allora, bisogna avere cautela nell’accogliere e senso
di responsabilità, usare criterio”.



sabato 26 marzo 2016

La Risurrezione

Pietro e Giovanni corrono nel silenzio della città ancora
immersa nel sonno.
I mercanti tirano fuori le mercanzie per la giornata
dopo il sabato di riposo.
Il sole si sta alzando e inonda di luce la pietra color
ocra di Gerusalemme.
Tra gli stretti vicoli di Gerusalemme, pestando il selciato
appena rifatto dal grande re Erode, il fiato corto,
i due escono dalla città.
Corrono lasciando al loro fianco la cava di pietra in disuso
riutilizzata dai romani.
I pali verticali, come alberi rinsecchiti, svettano in alto,
aspettando nuovi condannati.
Il sangue rappreso tinge di rosso il legno scuro.
Corrono, ancora, il fiato manca, la tunica impaccia la corsa.
Pietro, meno giovane, si attarda; scendono rapidamente oltre la cava.
I soldati romani di guardia sono spariti, la tomba di
Giuseppe di Arimatea è aperta, la pesante pietra che
ne bloccava l’ingresso ribaltata.
Giovanni aspetta, le tempie pulsano, ansima.
Ripensa al volto sconvolto di Maria che, dieci minuti
prima, lo aveva tirato giù dal letto parlando del furto
del corpo Gesù.
Arriva Pietro.
Giovanni lo guarda lungamente, poi abbassano la
testa ed entrano.
Nulla.
Gesù è scomparso.
Nulla, solo il lenzuolo, come sgonfiato, afflosciato e la
mentoniera al proprio posto, come se Gesù si fosse dissolto.
Nulla, Gesù è scomparso.
Tutto è iniziato da quella corsa, amici.
Quella tomba vuota, ultimo drammatico regalo a Gesù
da parte del discepolo Giuseppe di Arimatea, ricco e
potente, che non aveva potuto salvare dalla morte il suo
Maestro, è rimasta lì, vuota, a Gerusalemme, muta
testimone della resurrezione.
Adriano, l’imperatore, l’aveva fatta riempire di terra, ed era
diventata, insieme alla cava in disuso, il terrapieno che
sosteneva–ironia della sorte–il tempio pagano di Giove.
Aelia Capitolina, era stata ribatezzata la ribelle Gerusalemme,
e, col nuovo assetto urbano da Urbe romana, l’imperatore
voleva spazzare via ogni memoria dei giudei e delle loro
incomprensibili dispute.
Tre secoli dopo la tomba fu riportata alla luce dalla devota
regina Elena, madre del primo imperatore cristiano Costatino.
La tomba è ancora lì: vi hanno costruito sopra un’immensa
basilica, è stata oggetto di pellegrinaggio per un millennio e
mezzo, tentarono di distruggerla, pezzo per pezzo, a causa
della furia di un sultano che–evidentemente–non
conosceva il Corano.
Ora è ricoperta di marmi la tomba, divisa (idiozia degli
uomini) tra mille confessioni cristiane che ne rivendicano
la proprietà.
Non importa, amici.
È lì, quella tomba, esattamente lì dove la trovarono
Pietro e Giovanni.
Ed è ancora vuota. Ci pensate?
Tutta la nostra fede è basata sull’assenza di un cadavere.
La morte è stata sconfitta, amici.
Il Dio nudo, appeso, osteso, evidente, il Dio sconfitto e
straziato, il Dio deposto sulla fredda pietra non è più
qui, è risorto.
Risorto, amici.
Non rianimato, non ripresosi, non vivo nel nostro ricordo
e amenità consolatorie di questo genere.
Gesù è davvero vivo, risorto, presente per sempre.
Non è facile credere a questa notizia, lo so bene.
Incontreremo, in questi cinquanta giorni, la fatica che
hanno fatto gli apostoli, che è la nostra, a convertire il
cuore a questa sconcertante novità.
Ci vuole fede per superare il proprio dolore.
Tutti abbiamo una qualche ragione per sentire vicino
Gesù crocifisso.
Tutti ci commuoviamo davanti a tale strazio, tutti sappiamo
condividere il dolore che è esperienza comune di ogni uomo.
Ma gioire no, è un altro paio di maniche, gioire significa
uscire dal proprio dolore, non amarlo, superarlo,
abbandonandolo.
Stamani corriamo amici, anche noi.
Pasqua, al di là delle uova di cioccolato e delle campane
in festa è la vittoria dell’amore, la pienezza della vita.
La scommessa, terribile, di un Dio abbandonato alla
nostra volontà è vinta.
A noi, ora, di credere, di vivere da risorti, di vedere i teli
di lino e di credere, come Giovanni e Pietro.
A noi, discepoli affannati nella corsa, sempre in ritardo
rispetto alla forza dirompente di Dio, resta solo la sfida
della fede.
Gesù è risorto, amici, smettiamola di cercare il crocefisso,
smettiamola di piangerci addosso e di lamentare
un Dio assente.
Gesù è risorto amici.
Buona Pasqua a tutti, fratelli.
Buona Pasqua a chi sa che è l’ultima prima che il cancro
lo sconfigga, buona Pasqua a chi sta tirando su un figlio
o due e conserva il buonumore, a chi ostinatamente
ama senza risultati.
Buona Pasqua agli amici che conservano la fede nelle
città che divorano e omologano, buona Pasqua ai tanti
cercatori di Dio, così diversi eppure tutti toccati dalla
Parola che ci cambia.
Buona Pasqua a chi è in lutto, a chi sente di avere
sbagliato tutto, come Gesù.
Buona Pasqua fragili discepoli del Maestro, Gesù è
davvero risorto, non lo sentite?
Sì io lo sento, amici, per questo gioisco.
La pace sia con tutti voi amici, Buona Pasqua, Fausto.