lunedì 14 agosto 2017

Maria, colei che ci indica la strada per il cielo.

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) anno dispari.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa,
in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò
nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta
tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?
Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato
di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta
in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di
generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come
aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Parola del Signore.
Discepola del Signore
Ferragosto: il cuore dell’estate, la gente che affolla le mete vacanziere.
Ed anche quest’anno celebriamo la festa dell’Assunzione di Maria, festa che
ci richiama all’opera di Dio in Maria di Nazareth, discepola del Signore.
Non vi nascondo, però, un sottile disagio a parlare di Lei.
La ragione principale è la sua connaturale timidezza, di ragazza di paese,
quindicenne, abituata a lavorare in silenzio, lontano dai palchi delle veline.
La seconda ragione del disagio è un’eccessiva devozione nei confronti di
Maria, fatta in buona fede, ovviamente, ma pericolosa.
Pericolosa perché nei fratelli in cerca di Dio, ai catecumeni che vogliono
passare dal cristianismo al discepolato, tutto questo eccesso di zelo frastorna.
Il rischio?
Di sottolineare le così tante straordinarietà della madre di Gesù dal finire
coll’allontanarla anni luce dalla (povera) concretezza della nostra vita.
Insomma; il più grande torto che possiamo fare a Maria è metterla in una
nicchia e incoronarla con una corona d’oro!
Da ridere, al solito; Dio ci dona una discepola esemplare, una donna (Forte Dio,
in un mondo di maschilisti pone una donna a modello!) che, per prima, ha
scoperto il volto del Dio incarnato, e noi subito a metterla sul piedistallo,
santa stratosferica da invocare nei momenti di sofferenza.
Per favore, no!
Maria ci è donata come sorella nella fede, come discepola del Signore, come
madre dei discepoli.
Il cuore del suo cammino è narrato da Luca, in quella corsa frenetica,
tumultuosa, che Maria compie all’indomani dell’annuncio dell’angelo.
Non gli aveva forse detto, l’angelo, della gravidanza della sua vecchia cugina?
Maria parte volentieri da Nazareth, ha bisogno di riflettere, di capire.
Ha paura di essersi sbagliata, di avere avuto un colpo di sole.
Possibile? Il Messia verrà? Possibile?
Lei è stata scelta come madre?
Maria sale a sud, due giorni di viaggio, pensieri che affollano la mente.
Forse è in compagnia di Giuseppe, non era opportuno che le donne
viaggiassero da sole.
In una pittura dell’ottocento un pittore immortala l’incontro fra le due donne.
In secondo piano, dell’affresco della volta, Zaccaria e Giuseppe si fanno un
cenno con la mano, un po protagonisti marginali di questo affare misterioso
di donne che è la maternità, mistero che estranea un po noi omaccioni.
E l’incontro tra la matura Elisabetta e l’adolescente Maria è un’apoteosi,
un fuoco d’artificio.
Solo loro sanno, solo loro capiscono, i servi e i famigliari guardano attoniti
queste due donne che ridono e si abbracciano e piangono di gioia.
Roteano nella polvere, ora, Elisabetta solleva in un abbraccio la piccola
Maria: “Come sei cresciuta!
Che bella che sei!”; poi la posa, la guarda scuotendo la testa: “Come hai
fatto a credere, Maria?”.
Sì, Maria, anche noi lo ripetiamo, scuotendo la testa; come hai potuto credere
che davvero Dio diventasse sguardo e sudore e calore nel tuo ventre?
Come hai fatto a credere che–sul serio–Dio avesse bisogno di te, e di noi,
per salvare l’umanità?
Come hai fatto a credere che il tuo acerbo ventre contenesse l’Assoluto?
Beata te che hai creduto Maria.
Beati noi, fragili discepoli, che sentiamo l’orgoglio riempirci di lacrime gli
occhi e la nostalgia della santità mozzarci il fiato, tu sei figlia della nostra
umanità, tu sei il riscatto delle nostre tiepidezze.
E Maria canta e danza roteando nella polvere.
Allora è tutto vero, ciò che ha visto era davvero il messaggero di Dio, allora tutte
le stanche e impolverate profezie ascoltate in sinagoga, si stavano realizzando.
Dio non si è stancato del suo popolo, Dio non l’ha abbandonato, non ci ha
abbandonato, Dio è presente.
La danza finisce in un canto, lo stupore della logica di Dio che prende una
quindicenne illeterata, figlia povera di una terra occupata, in un tempo senza
internet e networks, per salvare l’umanità.
Ecco, amici, questa è la festa dell’Assunzione, la storia di una discepola che
ha creduto davvero nella Parola del suo Dio, che insegna a noi, tiepidi credenti,
l’ardire di Dio, la follia dell’Assoluto.
Questa donna, noi crediamo, dopo la lunga esperienza di una fede abitata dal
Mistero, è andata, prima tra i credenti, al Dio che l’aveva chiamata.
Non poteva conoscere la corruzione della morte colei che aveva dato alla luce
l’autore della vita.
Siamo in buona compagnia, amici!
Lasciamoci fare, allora; grandi cose ha fatto Dio in Maria; grandi cose può
fare in noi, se lo lasciamo fare.
Santa Festa dell’Assunta a tutti voi amici, Fausto.

domenica 13 agosto 2017

Ecco l'esempio della nostra vita amici, una piccola barchetta che spesso a causa delle onde tempestose della vita è sballottata di quà e di là e rischiamo di affondare, e solo il Signore ci può aiutare, come fece con Pietro.

Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33) anno A.
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire
sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla.
Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde:
il vento infatti era contrario.
Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare.
Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un
fantasma!» e gridarono dalla paura.
Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso
di te sulle acque».
Ed egli disse: «Vieni!».
Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.
Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare,
gridò: «Signore, salvami!».
E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede,
perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò.
Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero
tu sei Figlio di Dio!».

Parola del Signore.
Pietro, Elia, il popolo di Israele; oggi la Parola ci presenta questi tre modelli
di discepolato con cui confrontarci nella concretezza della nostra vita di fede.
Il Vangelo, anzitutto; Gesù fugge il delirio della folla che lo vuole fare re, dopo
la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e si rifugia nella preghiera, da solo,
sulla montagna.
Gesù non ama essere considerato un fenomeno da baraccone, non vuole una
fede-che spesse volte ahimé è la nostra-basata sui miracoli.
Pietro e gli altri devono nuovamente attraversare il lago di Tiberiade e lì, sul
fare del mattino, vengono investiti dalla tempesta.
Questo racconto è un'icona della Chiesa; aspettando il ritorno del Maestro,
anche noi dobbiamo attraversare la Storia su di una fragile barca sballottata
dai venti.
Ma è quasi mattino, fratelli.
Questi duemila interminabili anni di cristianesimo hanno rappresentato una
dura prova di fede per i cristiani; spesse volte dimenticando il Vangelo,
spesse volte travolti dalle persecuzioni (che continuano!) i discepoli hanno
assaporato e assaporano la fatica della fede vivendo tra le persecuzioni del
mondo e le consolazioni di Dio.
Come ciascuno di noi d'altronde; appena la Parola gettata dal seminatore
attecchisce, pur convivendo con la zizzania che tende a soffocarla, ci mettiamo
alla ricerca della perla preziosa nel segno della condivisione e-state certi-arriva
una qualche prova nella fede.
Una sofferenza, una stanchezza, una depressione; il vento gelido del dubbio,
l'assenza del Maestro (sì esiste, ho incontrato il suo sguardo di compassione,
ma ora è assente) ci allontanano dalla fede, ci restituiscono il vortice
dell'inesorabile quotidianità, ci rendono pagani.
Così Elia, dopo avere sfidato la regina Gezabele e il suo culto idolatrico a Baal,
deve fuggire per non essere ucciso e vorrebbe morire, così Pietro e gli altri turbati
dal vento contrario, stanchi di remare, così noi, fragili discepoli chiamati a
sopravvivere dentro una modernità che anestetizza la nostra interiorità
e ci allontana dal sé e dal vero.
Ma proprio quando l'onda è alta su di noi, proprio quando ci sembra di essere
sconfitti, qualcosa accade.
Gesù cammina sulle acque tempestose e ci ripete: "coraggio, sono io, non
abbiate paura".
Pietro si tuffa, anche lui vuole camminare sulle acque, sulle difficoltà; si fida,
muove i primi passi e poi miseramente sprofonda nel lago agitato.
E Gesù, garbatamente, lo prende per mano.
Davanti ai dubbi di fede, davanti alle tempeste della vita, il discepolo è chiamato,
come Elia, ad ascoltare nel suo cuore il silenzioso mormorio di Dio, recuperando
quella dimensione assoluta che è il silenzio, la preghiera, l'ascolto meditato del
grande e quieto oceano della presenza di Dio.
Troppo pagano è diventato il nostro cristianesimo, troppo efficentista,
troppo rumoroso.
Urge riscoprire un modo nuovo di pregare e meditare, un modo che attinga
all'immensa tradizione cristiana usando parole nuove, adatte alla sfida attuale.
Come Pietro, il discepolo è chiamato a gettarsi nelle braccia di Dio, sul serio.
La fede è fidarsi, la fede è slancio nel vuoto, la fede è concreto abbandono.
Ma troppe volte la nostra è una fede condizionata, tentennante, dubitativa;
lasciamo aperta una via di fuga, convinti ma non troppo.
E allora beviamo.
Quando la smetteremo di tenere in mano il timone della nostra barca invece
di affidarlo a Dio?
Fidati, affidati, confida, diffida delle tue (piccole e fragili) sicurezze.
Infine Paolo ci indica la fedeltà di Israele come modello; una fedeltà da imitare,
una custodia della Parola che ammiriamo, fedeltà conservata con tenacia nella
continua tempesta che Israele ha attraversato (e noi cristiani pure a bucargli la barca!).
I nostri fratelli maggiori, amati, vivono ancora e sempre della fiducia nel Dio
dell'Alleanza, di generazione in generazione.
Animo, dunque, altri hanno già vissuto ciò che viviamo, altri hanno già attraversato
il mare in tempesta.
Naturalmente se vogliamo riuscirci, dobbiamo fidarci davvero
del Signore, amici da Fausto.


sabato 5 agosto 2017

Oggi amici è il giorno per trasformarci, diventare veramente innamorati del Signore.

Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9) anno A Trasfigurazione.
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello
e li condusse in disparte, su un alto monte.
E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti
divennero candide come la luce.
Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui!
Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra.
Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato:
in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi
da grande timore.
Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete».
Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di
questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Parola del Signore.
Quando si sale sulla montagna, malgrado la fatica, ciò che ci spinge a salire
è la gioia che proveremo nello spaziare con lo sguardo oltre le cime, magari
innevate, un sensazione indescrivibile.
Anche Pietro e gli altri sono esterrefatti da quanto accade, non c’è la neve
sul Tabor, ma c’è Gesù maestro, profeta affascinante, si rivela per quello
che è; ed è un’esperienza travolgente, di bellezza sconfinata.
Quanto dobbiamo recuperare questa dimensione della bellezza nella
nostra vita cristiana!
Gli apostoli, inaspettatamente, si ritrovano a contemplare Gesù di Nazareth
che si rivela loro nella sua forma più autentica di Figlio di Dio.
Sembra quasi un’anticipazione della Resurrezione che, forse, nell'intento del
Signore, serviva a dare agli ignari apostoli quel po di coraggio necessario
per affrontare il grande scandalo della croce.
Alla fine della trasfigurazione gli apostoli non vedono che “Gesù solo”.
Certo; il momento in cui raggiungiamo attraverso la preghiera e la contemplazione
il volto di Gesù Risorto, vivo qui e adesso, e ci troviamo davvero scossi e
scombussolati da una tale manifestazione, non vediamo che Gesù solo.
Solo Lui nelle nostre scelte, nei nostri fratelli, nelle nostre giornate.
Più volte lo abbiamo detto e ancora lo ripetiamo; la fede non è semplice
adesione intellettuale, è coinvolgimento radicale, esperienza misteriosa di
questo Dio che è altro da noi (non sentimento, non impressione, non scelta
ma manifestazione).
Di questa esperienza i cristiani parlano, a questa esperienza vogliono
condurre nel misterioso intreccio delle libertà (mia e di Dio) ogni fratello
che si lascia avvicinare dal Vangelo.
Nessuna apparizione, per carità (Dio vi preservi dalle apparizioni!) ma la
semplice possibilità di fare esperienza interiore tangibile ed inequivocabile
della bellezza di Dio.
Pietro Giacomo e Giovanni, da ora in avanti, avranno sempre e per sempre
impresso quel volto trasfigurato, quel Dio ora chiaramente leggibile nella
natura più profonda.
È questa forte esperienza che manca, spesse volte alla nostra tiepida fede.
Perciò molti vivono la fede come scelta necessaria, doverosa, utile anche se
immensamente noiosa.
Senza Tabor, il cristianesimo manca della sua dimensione essenziale;
la bellezza di Dio.
Sapete perché scrivo queste cose, amici?
Perché non ho trovato nulla di più bello di Cristo.
Dovremo forse ricuperare questo aspetto nella nostra vita cristiana,
ripartire dalla bellezza.
Le nostre periferie sono orrende, orrende le città, orribili le finte-vacanze che
ci vengono proposte in mezzo a finti paesaggi immacolati.
Orribile il linguaggio e le persone che ci raggiungono dal mondo della
politica e dello spettacolo.
Abbiamo urgente bisogno di bellezza, della bellezza di Dio che
è verità è bene e bontà.
Non è forse questa la fragilità della nostra fede contemporanea?
Non è forse questa la ragione di tanta tiepidezza della nostra comunità?
Non abbiamo forse smarrito la bellezza nel raccontare la fede?
Nel celebrare il Risorto?
E’ noioso credere.
È giusto–certo–ma immensamente noioso.
Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido.
Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza,
l’ascolto dell’interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo
sguardo su Cristo.
Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza; il silenzio, il canto,
la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza
nella nostra quotidianità.
Ma questa inaudita e straordinaria esperienza, non è merito nostro o nostra
conquista; è dono totale e gratuito di Dio che ci “dona ogni cosa” nel
suo figlio Gesù.
Fidiamoci, partendo, come fece Abramo che seguì l’invito di un Dio di cui
non sa nulla.
Partire significa credere in questo Dio di cui mi fido e che mi invita a
compiere gesti che a volte non capisco in profondità, rinunciando ai miei
progetti per accogliere il suo Progetto.
È il salto della fede, il fidarsi ciecamente di qualcuno su cui ho scommesso tutto.
A volte non capiamo, stentiamo, tentenniamo, obbiettiamo.
Ma poi ci fidiamo.
E questo fidarsi, dura prova nella nostra vita, ci farà morire ai nostri progetti
per diventare così, secondo la promessa, padri di una moltitudine; i credenti,
appunto, che, dopo di noi, rifaranno questo percorso di fiducia per
arrivare fino a Dio.
Tabor, quindi, come meta della nostra esistenza.
Per non vedere che “Gesù solo” occorre fidarsi, rinunciando al nostro egoismo,
salire (faticosamente!) dietro al Maestro per riconoscerlo come Messia.
Questa mortificazione-vivificazione ha in gioco la presenza stessa di Dio!
Perciò, ripartiamo dalla bellezza, amici.
Santa Domenica della Trasfigurazione, Fausto


mercoledì 2 agosto 2017

Messaggio della Madonna del 2 Agosto 2017

Messaggio del 2 Agosto 2017 della Madonna a Mirjana..
Cari figli, per volontà del Padre Celeste, come Madre di Colui che vi ama,
sono qui con voi per aiutarvi a conoscerlo, a seguirlo.
Mio Figlio vi ha lasciato le impronte dei suoi passi, perché vi fosse
più facile seguirlo.
Non temete, non siate insicuri.
Io sono con voi!
Non fatevi scoraggiare, perché sono necessari molta preghiera e sacrificio
per quelli che non pregano, non amano e non conoscono mio Figlio.
Aiutateli vedendo in loro dei vostri fratelli.
Apostoli del mio amore, prestate ascolto alla mia voce in voi, sentite il mio
materno amore.
Perciò pregate: pregate operando, pregate donando.
Pregate con amore, pregate con le opere e con i pensieri, nel nome di mio Figlio.
Quanto più amore darete, tanto più ne riceverete.
L’amore scaturito dall’Amore illumina il mondo.
La redenzione è amore, e l’amore non ha fine.
Quando mio Figlio verrà di nuovo sulla terra, cercherà l’amore nei vostri cuori.
Figli miei, lui ha fatto per voi molte opere d’amore.
Io vi insegno a vederle, a comprenderle e a rendergli grazie amandolo e
perdonando sempre di nuovo il prossimo.
Perché amare mio Figlio vuol dire perdonare.
Non si ama mio Figlio, se non si riesce a perdonare il prossimo, se non si riesce
a cercare di capire il prossimo, se lo si giudica.

Figli miei, a cosa vi serve la preghiera, se non amate e non perdonate? 
Vi ringrazio!

sabato 29 luglio 2017

Oggi il Signore ci invita alla caccia al tesoro.

Il Vangelo di Domenica 30 Luglio 2017.
Della 17° Domenica del Tempo Ordinario.
1° Lettura dal primo libro dei Re (3,5.7-12)
2° Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8,28-30)
Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-52) anno A.
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un
tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di
gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle
preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi
e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie
ogni genere di pesci.
Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono
i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
Così sarà alla fine del mondo.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella
fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?».
Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei
cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove
e cose antiche».

Parola del Signore.
Matteo aveva tutto: soldi, successo, potere; era temuto, rispettato,
un "business-man" come i tanti che si vedono anche oggi nelle nostre città.
Un giorno, però, quello sguardo dell'ospite di Pietro il pescatore, quel tale
Gesù della vicina Nazareth, lì a Cafarnao, sul lago, lo aveva sconvolto.
Era poi così certo di avere tutto?
Il tesoro vero, il senso della vita, lo aveva davvero scoperto?
Matteo fa l'errore di lasciare la sua parte migliore emergere, per una frazione
di secondo intuisce che la sua vita è piena di vuoto, che tutto ciò che ha è
fumo, apparenza, un inutile peso.
Quello sguardo lo perfora, lo trapana, lo svela a se stesso, lascia tutto
e segue il Maestro.
Da Gesù, Matteo impara ad amare, a conoscere Dio, a conoscere se stesso.
Da Gesù, Matteo impara ad essere vero, a diventare libero, e racconta, parla
come un fiume in piena, del Regno, di Dio, di lui, il Maestro.
Ora Matteo ci dice, dopo tanti anni (forse una trentina da quell'incontro) che
ne è valsa la pena, che lo rifarebbe e che, anzi, ciascuno di noi può farlo.
Matteo dice di aver fatto il miglior affare della sua vita lasciando tutto e
seguendo il Nazareno, ci dice che è come avere scoperto un tesoro nel campo.
Sì, amici, la mia vita, la nostra vita è una gigantesca caccia al tesoro.
Ci vuole grinta, forza, lucidità per gareggiare; bisogna tapparsi le orecchie di
fronte ai troppi che ammiccano vendendoci a peso d'oro le istruzioni per
trovare il tesoro, tenere duro davanti ai troppi che ci dicono che il tesoro non c'è,
che la vita è un'immensa e macchinosa fregatura.
Matteo dice che lui, il tesoro, l'ha trovato.
Non come la fiammata dell'innamoramento che scompare con il desiderio, ma
come la lenta consapevolezza della verità, del fiume che scorre sotto il terreno,
dell'evidenza del cuore.
Il piano di Dio è esposto, il volto che Gesù è venuto a descriverci, ormai chiaro,
la proposta del regno annunciata.
Ora tocca a noi, tocca a me decidere.
Starò ancora ad aspettare?
Dopo avere veduto, dopo avere lasciato il seme della Parola perforare l'asfalto
del mio cuore ancora tentennerò?
Dopo avere saputo che il padrone del campo permette che la zizzania e il grano
crescano insieme, perché mi ama, aspetterò ancora che il regno si manifesti
nella mia vita?
Il Signore "pescandoci", sa che dentro di noi ci sono pesci commestibili
e pesci velenosi, parti di luce e fitte tenebre.
E le ama, entrambe.
Le ama perché ama noi, le ama perché ci vuole salvi, le ama perché è un Dio
di tenerezza e compassione.
Paolo, nella seconda lettura, ha finalmente capito il disegno di Dio, il suo piano,
e ne resta affascinato.
Il nostro, ci dice, è un Dio che ci vuole salvi, è un Dio che ci scusa, un Dio
che ci insegue e ci perseguita col suo amore.
Ma abbiamo bisogno, come saggiamente chiede Salomone nella sua preghiera,
di molta saggezza, di molta sapienza.
Salomone è spaventato del suo nuovo ruolo di Re.
Non assapora il potere, non è euforico della sua posizione.
E chiede la saggezza, chiede di fare scelte giuste.
Dio è piacevolmente stupito di questa richiesta e lo premia col dono della saggezza.
Anche noi, allora, come Salomone, come Paolo, come Matteo, chiediamo di
avere il dono dello Spirito che sappia orientare la nostra vita verso la pienezza,
verso il senso ultimo, verso il tesoro.
Che non ci succeda di essere travolti dalla vita, che non ci accada di restare
alla porta della storia, ma che il Signore ci dia il coraggio di investire tutto,
tempo, intelligenza, affetti, nella ricerca del Regno, nella cosa più preziosa
che abbiamo.
Matteo è davvero lo scriba che ha saputo tirar fuori le cose vecchie e le cose nuove.
Il messaggio del vangelo, pur nella stanchezza dell'abitudine e delle nostre
comunità, ha bisogno di essere capito e parlato con parole nuove.
La fatica di Matteo, scriba che ha valutato con sapienza la strada da percorrere
è la nostra stessa fatica.
Inutile ancorarsi a fragili abitudini, a consolidate e incomprensibili ritualità che
rendono vecchio il cristianesimo; andiamo all'essenza, con intelligenza, con
rispetto per il passato, ma con tutta la luce devastante dell'incontro col Rabbì.
Solo così potremo dire in maniera comprensibile per l'uomo contemporaneo
che la vita è una caccia al tesoro.
Anche noi, come chi trova un tesoro, pieni di gioia venderemo tutto per averlo.
Santa Domenica e buone ferie Fausto