lunedì 4 giugno 2018
domenica 3 giugno 2018
Messaggio della Madonna da Medjugorje 2 Giugno 2018
Messaggio straordinario del 2 giugno 2018 dato alla
veggente Mirjana:
Cari figli, vi invito
ad accogliere le mie parole con semplicità di cuore,
parole che come Madre
vi dico perchè possiate incamminarvi sulla via
della luce completa,
la via della purezza, la via dell’Amore unico di mio
Figlio: Uomo e Dio.
Una gioia e una luce
indescrivibile con parole umane penetrerà nella vostra
anima, vi avvolgerà la
pace e l’amore di mio Figlio: è questo che desidero
per tutti i miei
Figli.
Perciò voi, apostoli
del mio amore, voi che sapete amare, voi che sapete
perdonare, voi che non
giudicate, voi che io esorto, siate esempio a tutti
coloro che non si sono
incamminati sulla via della luce e dell’amore, oppure
l’hanno abbandonata.
Con la vostra vita
mostrate loro la verità.
Mostrate loro l’amore,
perché l’amore supera tutte le difficoltà e tutti i miei
figli hanno sete
d’amore.
La vostra unione
nell’amore è il dono a mio Figlio e a me. Però, Figli miei,
ricordate: amare
significa desiderare sia il bene per il prossimo, sia la
conversione dell’anima
del vostro prossimo.
Mentre vi guardo
riuniti intorno a me il mio Cuore è triste, perché vedo così
poco amore fraterno,
amore misericordioso.
Figli miei,
l’Eucarestia è mio Figlio vivo in mezzo a voi, le sue parole vi
aiuteranno a
comprendere, perché la sua parola è Vita, la sua parola fa sì che
l’anima respiri, la
sua parola fa comprendere l’amore.
Figli miei, nuovamente
vi invito, come Madre che desidera il bene dei suoi
Figli, amate i vostri
pastori, pregate per loro. Vi ringrazio.
mercoledì 2 maggio 2018
Messaggio della Madonna a Mirjana.
Messaggio
del 2 Maggio 2018
“Cari figli, mio Figlio, che è luce d’amore, tutto ciò che ha fatto e fa,
“Cari figli, mio Figlio, che è luce d’amore, tutto ciò che ha fatto e fa,
l’ha
fatto e lo fa per amore.
Così
anche voi, figli miei, quando vivete nell’amore, amate il vostro
prossimo
e fate la volontà di mio Figlio.
Apostoli
del mio amore, fatevi piccoli!
Aprite
i vostri cuori puri a mio Figlio, affinché egli possa operare attraverso di
voi.
Con
l’aiuto della fede, riempitevi d’amore.
Però,
figli miei, non dimenticate che è l’Eucaristia il cuore della fede: essa
è mio Figlio che vi nutre col suo Corpo e vi
fortifica col suo Sangue.
Essa è il prodigio dell’amore: mio Figlio che
viene sempre di nuovo vivente
per vivificare le anime.
Figli miei, vivendo nell’amore, voi fate la
volontà di mio Figlio ed egli vive in voi.
Figli miei, il mio desiderio materno è che lo
amiate sempre più, poiché egli
vi chiama col suo amore.
Vi dona l’amore, in modo che voi lo diffondiate
a tutti attorno a voi.
Per mezzo del suo amore, come Madre sono con
voi per dirvi parole d’amore
e di speranza, per dirvi parole eterne e
vittoriose sul tempo e sulla morte, per
invitarvi ad essere miei apostoli d’amore. Vi
ringrazio!”.
giovedì 26 aprile 2018
Messaggio della Madonna a Marija.
Messaggio ricevuto da Marija il 25 Aprile 2018.
"Cari
figli! Anche oggi vi invito a vivere con Gesù la vostra nuova vita.
Che
il Risorto vi doni la forza affinché siate sempre forti nelle prove della
vita
e fedeli e perseveranti nella preghiera, perché Gesù vi ha salvati con
le
Sue ferite e con la Sua resurrezione vi ha dato una vita nuova.
Pregate,
figlioli e non perdete la speranza.
Nei
vostri cuori ci siano gioia e pace, testimoniate la gioia di essere miei.
Io
sono con voi e vi amo tutti con il mio amore materno.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata".
martedì 10 aprile 2018
Messaggio straordinario della Madonna a Ivan da Medjugorje
Messaggio
straordinario dato al veggente Ivan il 9 aprile 2018 a Medjugorje.
Carissimi, ecco quanto Ivan ci ha comunicato
circa l’apparizione da lui avuta
ieri sera,
lunedì 9 aprile 2018, alla Croce blu alle ore 22:00: «Ecco una breve
descrizione
e un breve riassunto dell’incontro di stasera con la Madonna.
Anche
stasera la Madonna è venuta a noi gioiosa e felice, e ci ha salutato tutti
col suo
materno saluto: “Sia lodato Gesù, cari figli miei!”.
Poi ha
continuato pregando con le mani distese qui su
tutti noi, ha pregato in
particolare su voi malati presenti.
Poi la Madonna ha detto: “Cari figli miei, anche
oggi vi invito a lasciare le
cose del mondo che passano: esse vi allontanano sempre
più dall’amore
di mio Figlio.
Decidetevi per mio Figlio, accogliete le sue parole e
vivetele.
Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia
chiamata”.
lunedì 2 aprile 2018
Messaggio della Madonna a Mirjana da Medjugorje
Messaggio
del 02 Aprile 2018 dato a Miriana a Medjugorje-Croce Blu "
ore 8,45
"Cari figli; per il grande amore del Padre Celeste, sono con voi come Madre
ore 8,45
"Cari figli; per il grande amore del Padre Celeste, sono con voi come Madre
vostro
e vuoi al mio fianco come i miei figli, come gli Apostoli del mio
amore
che continuo a raccogliersi intorno a me .
Figli miei voi siete coloro che con la preghiera vi dovete dare completamente
Figli miei voi siete coloro che con la preghiera vi dovete dare completamente
a mio figlio; che non viviate vuoi , ma mio
Figlio.
Tutti coloro che non conoscono mio figlio lo
vedono in voi e vogliono vederlo.
Pregate che vedano in voi, umiltà e bontà, prontezza nel servire gli altri,
Pregate che vedano in voi, umiltà e bontà, prontezza nel servire gli altri,
che in voi vedano che col cuore vivete la
chiamata terrena in comunione
con mio figlio che è in voi, vedano: dolcezza e
amore verso mio figlio,
come verso i loro fratelli e il Padre Celeste.
Apostoli del mio amore, dovete pregare molto,
purificare i vostri cuori,
perché voi per primi, camminiate sulla strada
di mio figlio.
Figli miei, come miei Apostoli, dovete essere uniti nell'unione che proviene
Figli miei, come miei Apostoli, dovete essere uniti nell'unione che proviene
da mio figlio, che i miei figli che non
conoscono mio figlio riconoscono l'unità
dell'amore e desiderano camminare nella vita,
attraverso l'unità con mio figlio.
Grazie."
Grazie."
sabato 31 marzo 2018
Pasqua di risurrezione.
E’ Risorto amici.
Voi cercate Gesù
Nazareno, il crocefisso, non è qui!
Oggi celebriamo il più straordinario mancato appuntamento della storia,
Oggi celebriamo il più straordinario mancato appuntamento della storia,
oggi celebriamo
la più sconcertante notizia del vangelo, oggi affondiamo
le radici (e il
cuore) nell’Assoluto di Dio.
Ci siamo trovati
tre giorni, lungo la settimana, per ripercorrere gli ultimi
drammatici
avvenimenti della vita di Gesù.
Abbiamo meditato
il suo silenzio, ci siamo stupiti del suo dubbio, siamo
inorriditi davanti
all’ennesima ingiustizia commessa ai danni di un uomo
buono e
solidale.
Come gli
apostoli siamo fuggiti inorriditi e ci siamo rifugiati nei meandri
della nostra
frenetica vita davanti alla violenza degli uomini, di fronte
all’insostenibile
morte politicamente scorretta del Nazareno.
Bene, fine
dell’avventura spirituale, fine dell’emozione mistica, è stata una
bella
esperienza, ci ha dato delle belle cose, poi, però, ci siamo dovuti
arrendere
davanti a quella pietra che bloccava la tomba, ci siamo fermati
di fronte
all’evidenza; l’uomo non cambierà mai, la storia–allora come oggi–sarà
sempre in mano
agli arroganti.
Un clima di
mestizia e di disincanto si respira nelle pagine del vangelo dopo il
grande trauma
della crocifissione del Rabbì.
Ma ora, oggi, è tutto cambiato.
Ma ora, oggi, è tutto cambiato.
Alcune donne
delle nostre sono tornate affannate; andate ad imbalsamare Gesù,
ultimo segno di
rispetto verso il Maestro, non lo hanno trovato, è scomparso.
Gesù è risorto, amici, semplicemente.
Gesù è risorto, amici, semplicemente.
Non rianimato,
né tantomeno reincarnato, no, è proprio risuscitato.
La gioia dilaga,
la fine diventa un inizio, la luce comincia a farci capire,
a riscaldare il
cuore.
E questa notizia
è arrivata fino a noi oggi, ci ha fatti alzare stamani, ci ha fatto
radunare insieme
alle comunità, ci riempie la vita.
Se Gesù è
risorto allora significa che non è stato solo un grande uomo, allora
significa che
davvero Egli era ciò che diceva di essere, significa che Egli è
presente insieme
a noi, con noi.
Pasqua, amici, Pasqua.
Su quella tomba
vuota, su quella pietra che non è riuscita a bloccare la
presenza di Dio
si fonda la nostra intera speranza, la speranza di milioni
di uomini che
lungo la storia hanno creduto al vangelo.
Ma non è evidente la resurrezione, anzi si resta come spiazzati nel leggere i vangeli.
Ma non è evidente la resurrezione, anzi si resta come spiazzati nel leggere i vangeli.
Ambiguità, paura
e dubbio contraddistinguono i racconti della Pasqua.
Marco–addirittura–che
abbiamo letto questa notte scorsa trancia il suo
vangelo sulla
paura delle donne di ritorno dal sepolcro.
Non è facile credere,
né evidente.
Evidente la
crocifissione, evidente il sangue e la testimonianza, evidente
e sconcertante
l’urlo di sofferenza ma la resurrezione no, è tutt’altro affare,
è questione di
fede, non di evidenza.
I racconti della
resurrezione e delle apparizioni del risorto entrano nella
dimensione della
discrezione e della conversione, della serenità e della pace,
ma anche dello
sconcerto degli apostoli e della loro (e nostra) fatica a risorgere.
Forse perché è difficile condividere la gioia di qualcun altro.
Forse perché è difficile condividere la gioia di qualcun altro.
Sentiamo
solidale il crocifisso, ci identifichiamo, ognuno di noi ha vissuto o
vive
un’esperienza di dolore, di sconfitta.
Abbiamo maturato
una grande devozione al dolore di Dio, e giustamente.
Ma troppo spesso
siamo fermi a quel dolore, come i discepoli di Emmaus,
quasi
compiaciuti della dimensione del patire.
Conosco troppi
cristiani fermi al venerdì santo, accampati sotto la croce,
troppo legati al
proprio dolore per accorgersi che Gesù è risorto.
No, amici, è
tempo di abbandonare il dolore, di non amarlo, di redimerlo.
La gioia
cristiana è una tristezza superata, la gioia cristiana è guardare delle
bende e vedere
il corpo trasfigurato che avvolgevano, vedere una tomba
vuota e capire
che sì, davvero il Signore è risorto.
Avremo ora cinquanta giorni (e la vita) per convertirci alla Pasqua, per
Avremo ora cinquanta giorni (e la vita) per convertirci alla Pasqua, per
abbandonare il
dolore, nostro e di Dio.
Avremo cinquanta
giorni per ridirci che dopo la croce, ogni croce, ci aspetta
la speranza
della vita nuova in Cristo.
Se davvero siamo
risorti con Cristo, cerchiamo le cose di lassù, viviamo da risorti!
Santa Pasqua a
tutti voi amici, Fausto.
Santa Pasqua 2018
Buona Pasqua.
Che bello; è il primo giorno dopo
il sabato e Gesù è Risorto.
È Risorto e ci chiama, ci chiama
per nome!
Sta a noi dopo aver sentito la
sua voce e averlo
riconosciuto, rispondere
“Eccomi”.
E poi correre a portare il lieto
annuncio ai vicini e ai lontani.
Credo, mio Signore, che Tu sei
Risorto.
Pace, amore e serenità a tutti
voi amici, da Fausto.
giovedì 29 marzo 2018
Il buio, la notte e Gesù
Siamo con Gesù nel
Getsemani nel buio della notte.
Chiudo gli occhi,
prego!
Vedo Gesù, in mezzo agli ulivi,
lo sento pregare.
Sto a distanza, come
hanno fatto gli apostoli.
È la notte del giovedì
santo.
Immagino lo stato d’animo del
Rabbì, non è difficile; basta aprire il cuore.
Sono turbato, emozionato e
commosso.
La cena si è conclusa.
Gesù, con i suoi, discende la
scalinata verso il Cedron, attraversa il fiume in
secca, costeggiando gruppi di
pellegrini che bivaccano in attesa della pasqua,
e si dirige verso un podere di
proprietà di un conoscente, o parente.
È abituale, questa passeggiata;
Gesù fa questo tragitto quando va dai suoi amici
a Betania e, fanno intendere gli
evangelisti, quando, spesso, si ritira in questo
luogo solitario, prospiacente il
tempio, per pregare.
Ma il suo stato d’animo, oggi, è
completamente diverso.
Non è la prima volta che Gesù si
ritira a pregare, la sua vita di preghiera è ben
testimoniata dai vangeli, in
particolare da quello di Luca.
Gesù prende con se Pietro,
Giacomo e Giovanni, i discepoli della prima ora,
quelli che lo hanno conosciuto
all’inizio, quando Gesù era ospitato a Cafarnao,
sul lago, nella casa di Cefa.
Nei momenti più intensi e
particolari, o in quelli che richiedono un numero
più ristretto di testimoni
rispetto al gruppo dei Dodici, Gesù vuole proprio
loro tre accanto.
Nel Vangelo di Marco, la presenza
dei tre è legata a qualche evento straordinario
e basilare nella comprensione di
chi sia veramente Gesù.
Quando risuscita la figlia di
Giairo, manifesta la sua potenza sulla morte,
testimoniando che Egli è la vita.
Nella trasfigurazione, Gesù
anticipa la Gloria della risurrezione e svela la sua
identità profonda.
Infine, nella profezia della
caduta di Gerusalemme, Gesù annuncia il suo
ritorno nella Gloria, nella
pienezza dei tempi.
Anche noi siamo invitati a far
parte del gruppo ristretto dei tre, a seguire Gesù
nei momenti più intensi.
Qui al Getsemani, ancora, Gesù
chiede ai tre di seguirlo, e Marco svela l’inatteso
volto di un Dio che si spaventa,
che è pieno di angoscia, che condivide, senza
falsità, i tratti più deboli
della natura umana.
Chi è Gesù.
Si chiede Marco nel
suo Vangelo.
È il Signore della vita, colui
che manifesta la sua vera natura, colui che tornerà
nella Gloria.
Ma anche colui che vive la sua
umanità acquisita totalmente, senza parentesi,
senza vantaggi.
Il discepolo è chiamato a seguire
Gesù sulla via della Gloria che, però, passa
attraverso la notte del
Getsemani.
Il desiderio, il bisogno del
Signore, che chiede amicizia e vicinanza, ci svela il
volto autentico di Dio, che non è
immutabile e impassibile ma, in Gesù,
sperimenta tutta la fragilità
dell’umanità.
I discepoli, nel corso della
storia, hanno capito di Gesù questa verità straordinaria;
in Lui coabitano, senza
confondersi, la pienezza dell’umanità e la pienezza della
divinità.
Gesù non è un grande uomo pieno
di intuizioni spirituali.
Gesù non è un involucro che
contiene Dio.
Gesù è totalmente uomo, eccetto
il peccato che, in effetti, rappresenta la
non-umanità, e totalmente Dio.
Queste due dimensioni in Lui
coabitano, interagendo e ponendosi a servizio
del Regno e dell’annuncio del
vero volto di Dio.
Riguardo alle cose di Dio, Gesù
ha la piena conoscenza, perché Lui e il Padre
sono una cosa sola.
Riguardo alle cose degli uomini,
Gesù, come noi, ha una conoscenza
parziale e limitata.
Gesù non finge di avere paura,
non conosce il suo futuro, se non affidandosi
alle mani del Padre.
Probabilmente Gesù non si aspetta
una fine del genere.
L’angoscia che prende Gesù non è
finta, non è immotivata, non è inspiegabile.
È l’angoscia dell’uomo di fronte
alla propria morte.
Davanti alla propria morte
ingiusta e violenta.
Davanti al fallimento della
propria vita, che forse è quello che ha fatto più
male a Gesù.
Marco lo sa.
Dice che Gesù è colto da terrore
e spavento, e la sua anima è triste fino alla morte.
Gesù inizia a pregare e prova
sbalordimento, è atterrito, impietrito, sconcertato.
I verbi usati da Marco, fanno
notare i biblisti, descrivono il massimo dell’intensità
possibile, un’angoscia estrema,
uno stupore assoluto.
Verbi che, in Marco, troviamo in
altre due occasioni; è di sbalordimento il
sentimento delle donne davanti al
sepolcro vuoto, è sbalordimento ciò che
provano le folle davanti alla
guarigione de un indemoniato.
Gesù è atterrito, scosso,
sconvolto.
La preghiera gli fa prendere
coscienza dell’abisso che ha di fronte.
Non sempre però la preghiera
porta con sé la pace.
A volte scombussola la nostra
vita.
Non per questo Gesù smette di
pregare.
Cosa teme il Signore?
Il dolore fisico?
Forte, terribile, atroce, ma pur
sempre limitato nel tempo?
Cosa teme, di cosa ha paura?
Del senso di fallimento che lo
assale, per aver sbagliato strategia nell’annuncio
del Regno? NO!
Gesù ha paura dell’inutilità del
suo sacrificio.
Perché mai la sua morte dovrebbe
cambiare le cose?
Chi se ne accorgerà?
Siamo sinceri; gli apostoli si
stanno dimostrando ben al di sotto delle legittime
aspettative, la folla gli ha
girato le spalle, i capi dei sacerdoti e i sadducei lo
considerano un pericolo, i
farisei un arrogante.
La più grande paura di Gesù,
l’ultima tentazione di Cristo, è la prospettiva
dell’inutilità del suo
sacrificio.
Migliaia di uomini sono morti
crocifissi a Gerusalemme, sotto l’impero romano.
Di quanti di loro conosciamo il
nome?
Di pochi, quasi di nessuno.
Il grande rischio che Dio sta
correndo è la dimenticanza, finire, forse, nel ricordo
vago di un manipolo di esagitati,
diventare una delle tante, troppe vittime del gioco
politico e del potere lungo la
storia, un numero da statistica, un caso esemplare.
Per far capire al popolo chi
comanda.
Il quel momento, in quel preciso
momento, Gesù sa che la sua opera sta
per essere annientata.
E che può, per sempre, essere
dimenticata.
Molti di noi, credo, in un
sussulto di orgoglio e di eroismo, sarebbero disposti
a donare la propria vita.
A patto di finire sui giornali e
di vedersi dedicare, eventualmente, un bel
monumento in una piazza
cittadina.
Gesù affronta la sua fine,
evitabile, (basterebbe fuggire), consapevole di
voler andare fino in fondo.
Perché vuole andare fino in
fondo?
Perché la croce? Che senso ha?
Altro è dire, altro è morire!
Altro è predicare,
altro è morire!
Altro è essere buoni quando tutti
applaudono, altro perdonare appeso alla croce!
La croce è la suprema
manifestazione dell’amore di Dio agli uomini.
Fino a questo punto siamo amati.
La croce mostra la serietà
assoluta dell’amore di Dio per noi.
Capirà l’umanità?
Capirà che Dio si consegna alla
volontà degli uomini, visto che gli uomini non
vogliono consegnarsi alla volontà
di Dio?
Credo proprio di no!
L’angoscia di Gesù si fonda sulla
consapevolezza che il suo sacrificio potrebbe
rivelarsi inutile.
È un rischio, il suo,
il più terribile.
La sua anima è triste
fino alla morte.
La sua anima è triste
da morire.
Da morirne.
A chi, fra noi, non è mai
successo?
Di vivere un momento di tenebra,
di scoraggiamento, di depressione che ci fa
morire pur essendo ancora vivi?
Di sperimentare un fallimento
affettivo, una malattia, una delusione lavorativa,
una crisi economica, e di non
farcela?
Questa immagine di Gesù che
confida ai suoi una tristezza mortale mi
impressiona, mi scuote nel
profondo.
Anche Dio ha sperimentato l’angoscia.
Ma questa angoscia non l’ha
fermato, non l’ha schiantato, lo ha portato a
superare il suo desiderio di fuga
e ad andare fino in fondo.
Gesù soffre per obbedienza, non
gli passa neanche per la mente di non obbedire.
Amici che state leggendo, se
siete tristi fino a sentirvi morire dentro, Dio sa
di cosa parlate.
Siamo soli, davanti al dolore
estremo.
Dio non è un analgesico, non è un
anestetico.
Ma è presente e vicino, solidale,
si fa prossimo, resta con noi e veglia.
Siamo noi invece che ci
addormentiamo.
Quanto incoraggia avere accanto,
nei momenti del dolore, un amico!
Il dolore resta, ma la solitudine
si attenua!
A Gesù è negata anche
quest’ultima, debolissima consolazione.
Quanto menefreghismo c’è in noi.
Agli apostoli, pur invitati a vegliare,
sono schiantati; le emozioni della giornata,
l’ora tarda; la cena abbondante
impediscono loro di restare svegli, mettiamo
pure, anche, il non aver capito
quello che stava succedendo.
Non c’è nulla di più pericoloso
del sonno dell’anima.
Ci impedisce di vedere cosa
accade dentro di noi e intorno a noi.
E il nostro mondo è un mondo che
ci anestetizza, riempiendoci di cose da
fare, di persone da incontrare,
di obbiettivi da raggiungere.
Perciò, ci manca uno spazio
interiore per potere restare svegli.
E Luca aggiunge: “Poi, alzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò
addormentati, a motivo
della tristezza.
Il nostro spirito può essere
assopito a causa della tristezza, dello
scoraggiamento, dello sconforto.
Una depressione, un lutto non superato,
una visione troppo pessimistica delle
cose ci portano ad un
atteggiamento di sonno spirituale che ci impedisce di
vedere la presenza di Dio.
Per quanto possibile, occorre
coltivare la gioia nei nostri cuori, fare in modo
che la tristezza non ci spenga.
Gesù chiede agli apostoli
vicinanza, conforto, amicizia.
È bello pensare alla preghiera
come una compagnia di Dio, come un
incoraggiamento all’uomo che
soffre.
È bello pensare che la preghiera
non è solo chiedere, ma anche esserci e donarsi.
L’invito che Gesù ancora rivolge
a tutti noi è quello di vegliare, di non lasciarci
assopire dal sonno della vita.
Gesù torna, dopo la terza volta.
I suoi non hanno retto, pazienza,
sarà forse per un’altra volta, forse.
Dio non ama la sofferenza e non
la cerca.
La sofferenza, quasi sempre,
mette a dura prova la fede e resta una delle
principali obiezioni alla volontà
di Dio.
Come può un Dio buono
permettere il dolore?
E, in particolare, il
dolore dell’innocente?
Perché Dio non interviene a
favore dell’oppresso, del perseguitato?
Gli adulti soffrono, spesso, in
conseguenza delle proprie scelte.
Ma i bambini, che sono
innocenti? Siamo onesti.
Quando accusiamo Dio della
sofferenza che viviamo, dovremmo prima
farci un bell’esame di coscienza.
Dio non ferma le guerre perché
siamo noi a doverle fermare.
Dio non sfama magicamente i
bambini che muoiono di fame, perché siamo
noi a dover ridistribuire le
risorse.
(In Europa si spende in prodotti
dietetici quanto l’Etiopia spenda per sfamarsi!).
E allora, di chi è la
colpa?
Dio non sceglie quando una
persona deve morire; non si alza al mattino e, in
vestaglia e assonnato, si mette
dinanzi a una gigantesca tastiera con sei milioni
di bottoncini, schiacciandoli a
caso.
Dio ci tratta da adulti, pensa
che l’uomo sia in grado di vivere in pace, di essere
solidale, di vivere sobriamente.
Vogliamo guardare il problema
dell’obesità?
Certo, un po’ di umiltà non
guasterebbe, al genere umano.
La natura ha il suo ciclo, nasce,
cresce e muore.
E anche noi siamo così, come ogni
creatura, viviamo un ciclo di vita più o meno
lunga, nasciamo, cresciamo, ci
ammaliamo, moriamo.
Scusate; qualcuno può dirmi se
prima di venire al mondo, ha fatto un
contratto con il Signore, di
quanto sarà lunga la sua vita?
Eppure, diversamente dalle altre
creature, l’uomo non accetta la propria morte,
si ribella.
Che mistero il cuore
dell’uomo!
Questa ribellione, in un certo
senso, rivela la sua dignità, è prova della sua
natura divina, del suo volere,
sempre, andare oltre.
Ma perché Dio non interviene
direttamente?
Perché ci tratta da adulti,
dicevamo, e perché la creazione ha una sua armonia,
una sua logica, che Dio stesso
rispetta e non stravolge.
E perché Dio rispetta la nostra
libertà.
Quando una sera, una moglie
disperata mi manifestava la sua sofferenza per una
improvvisa separazione e mi
diceva: “Prego tanto, ma perché Dio non interviene?”.
Ho sorriso: anche Dio fa quel che
può, ho risposto.
Se tuo marito ostinatamente tiene
chiuso il cuore, come può Dio parlargli?
Alcuni, purtroppo, ancora oggi,
pensano che la sofferenza sia una punizione di Dio.
Gesù ha definitivamente sciolto
il legame peccato/malattia, colpa/punizione,
smentendo la diceria che vedeva
negli ammalati dei maledetti, dei puniti,
adoperandosi per guarirli prima
dai loro sensi di colpa, poi dalle loro infermità.
Gesù sa bene che la malattia e la
morte non sono una punizione divina; i giudei
morti sotto il crollo della torre
di Siloe o per mano di Pilato, non erano
particolarmente malvagi, e la
colpa della loro morte è da ricercare nell’imperizia
del progettista e nell’arroganza
del prefetto, non in Dio.
Ma, aggiunge Gesù, davanti a
questi fatti il discepolo è chiamato a tenersi pronto
a qualunque evento, a cercare
l’altrove.
Ma qui Gesù va oltre.
Dio non interviene a togliere il
dolore.
Lo assume su di sé.
Il Getsemani ci rivela un Dio che
non cancella la sofferenza, la condivide.
Lo vogliamo davvero, un Dio così?
Sinceramente non lo so!
Tre volte Gesù chiede agli
apostoli di pregare.
Pregare per condividere con Gesù
la gioia e il dolore del mondo può essere
una gran bella scoperta.
Però Matteo aggiunge un
particolare.
Gesù chiede ai suoi, e a noi, di
vegliare e di pregare per non entrare in tentazione.
La preghiera, in certe occasioni,
ci è indispensabile per non entrare nella tentazione.
È difficile pregare, oggi
onestamente.
Molte persone che ho incontrato,
mi hanno manifestato la loro fatica a trovare
tempi e parole per pregare.
La liturgia delle ore è
impegnativa, il rosario non a tutti piace, la messa quotidiana
è impraticabile da chi lavora e
ha famiglia.
Così molte non trovano il modo di
praticare una preghiera coinvolgente,
soddisfacente, che le faccia
crescere.
Ma la stragrande maggioranza del
popolo cristiano, non capisce la necessità di una
pratica di preghiera costante e
quotidiana.
Nei momenti di festa va bene,
magari nei momenti drammatici della vita si ricorre
a tutte le preghiere conosciute.
Ma, in fondo, perché pregare?
Gesù, nel Getsemani, ce ne offre
la ragione principale; per non entrare in tentazione.
Quale tentazione?
La peggiore del nostro tempo; quella della dimenticanza.
I ritmi lavorativi e di vita sono
così frenetici da impedirci di rientrare in noi stessi.
Il dramma della nostra
cristianità è, semplicemente, quella di avere perso Cristo.
Bombardati da mille informazioni,
spesso inutili, siamo ingombri di pensieri e
di cose da fare e rischiamo di
giungere, esausti, alla fine delle nostre
giornate, senza avere avuto alcun
confronto con la nostra interiorità.
Il sale della nostra vita, la
fede, rischia di perdere il sapore e,
così, diventiamo insipidi.
La preghiera diventa, allora,
l’opportunità quotidiana minima di ricordarci
chi siamo, e chi è Dio, e cos’è
la vita, e cosa siamo chiamati a vivere.
Come se, alzando un tombino sul
marciapiede della nostra città,
ci accorgessimo che sotto scorre
l’oceano.
Abbiamo urgente bisogno di
preghiera, di silenzio, di meditazione,
di spessore, di verità.
Abbiamo bisogno della Parola,
come il pane.
Anche solo per cinque minuti al
giorno, lo spazio interiore di preghiera
e riflessione ci è necessario per
non cadere nel sonno dell’oblio, della
stanchezza esistenziale,
dell’intasamento emozionale.
L’invito che Gesù rivolge alla
Chiesa resta attuale e pieno di forza;
vegliamo per non entrare nella
tentazione di lasciarci vivere.
Eccolo qui, il tempo
opportuno.
L’avversario non giunge mai
quando siamo in piena forma, al pieno delle
nostre capacità spirituali e di
discernimento.
Giunge nel momento più difficile,
quando siamo deboli, fragili, confusi.
Noi vorremmo una vita spirituale
in discesa, una santità senza scosse,
un discepolato perfetto, pulito.
Che noia la tentazione!
Che fastidio i nostri limiti!
Come vorremmo presentarci a Gesù
con il nostro ego spirituale tirato a lucido!
Gesù non la pensa così: “Quando lo spirito immondo esce da un uomo, se ne
va per luoghi aridi
cercando sollievo, ma non ne trova.
Allora dice; ritornerò
alla mia abitazione, da cui sono uscito.
E tornato la trova
vuota, spazzata e adorna.
Allora va, si prende
sette altri spiriti peggiori ed entra a prendervi dimora; e la
nuova condizione di
quell’uomo diventa peggiore della prima (Matteo 12,43-45).
A volte è meglio imparare a
convivere con i propri limiti e le proprie povertà,
che permettono di restare
nell’umiltà.
Una cosa è certa; l’avversario ci
prende nel momento di maggiore fatica interiore.
L’avversario trova Gesù solo,
affaticato, deluso, scoraggiato, e lo assale.
Dopo decenni di idiozie dette sul
demonio, di film deliranti, è difficile parlare
serenamente dell’avversario.
Eppure c’è, e agisce.
È l’ombra, la parte oscura dentro
di noi, quella che distrugge, scoraggia, avvilisce,
deprime, porta a compiere gesti
di autolesionismo.
Si insinua nel pensiero, è
ragionevole, è convincente.
Perché andare a farsi
massacrare?
A cosa serve?
I suoi stanno dormendo, la
missione è fallita, deve riconoscerlo, Gesù!
Forse aveva ragione l’avversario,
nel deserto; è stato troppo ingenuo il Signore,
pensando di convertire l’umanità
con le parole e il sorriso.
Ben altro ci vuole!
Prodigi, miracoli
eclatanti, compromessi!
Ora Gesù raccoglie ciò che ha
seminato; il nulla.
Perché andare a farsi uccidere? È inutile!
La tentazione dell’agonia di Gesù
è terribile, realistica, credibile.
Perché andare a farsi
uccidere?
È tutto inutile!
No, dice l’angelo che
viene, non è inutile.
Chissà, forse, per incoraggiarlo,
l’angelo gli ha fatto vedere me, te, tutti noi.
Noi che ci sentiamo salvati dal
Signore, amati trasfigurati.
Forse, per consolare Gesù,
l’angelo ha fatto vedere tutti noi, che siamo la
consolazione di Dio.
C’è un’annotazione particolare,
in Luca, unica nei quattro vangeli.
Nel momento di lotta interiore
più forte, più intenso, Luca scrive che il suo
sudore diventò come gocce di
sangue che cadevano a terra.
Quanto inchiostro ha fatto
versare questo sangue versato!
Fantasia, esagerazione, palese
dimostrazione che i vangeli sono fantasiosi
e inesatti, sostengono i
criticoni professionisti.
E invece!
Il problema esiste; Luca usa il
termine greco thrombos, che significa, grumo.
Come può un grumo uscire dal
corpo?
Questa contraddizione ha fatto
diventare matti i traduttori del passato.
Oggi, grazie alla medicina,
abbiamo capito di cosa si è trattato; di ematidrosi.
Si tratta di una vasodilatazione
intensa dei capillari sottocutanei, provocata
da una forte emozione, da una
angoscia estrema.
I capillari, eccessivamente
dilatati, si rompono, entrano in contatto con le
ghiandole sudoripare della pelle,
ed esce una mistura di sangue e sudore.
Se non che, a contatto con
l’aria, la porzione di sangue coagula e viene
trascinata a terra dal sudore.
Luca, perciò, sta descrivendo un
fenomeno medico, non mistico.
Potremmo tradurre; e il suo
sudore divenne come grumi di sangue che
rotolano fino a terra.
Questa annotazione ancora ci
rivela la serietà della testimonianza.
E l’immenso dolore di
Gesù.
E il fatto che probabilmente,
come attesta la più antica tradizione cristiana,
Luca era un medico.
Un buon medico.
Gesù, quindi, torna dalla sua
preghiera dolorosa con la consapevolezza
che è giunto il momento di
consegnarsi.
Si è già affidato al Padre, ha
piena fiducia in Lui.
Ora sa che non c’è altra strada.
Da qui in avanti coglieremo una
sorta di serena rassegnazione nel suo agire,
nelle sue parole, nei suoi
silenzi.
Gli uomini lo strazieranno. Lo
massacreranno.
Ma il suo cuore, ormai, è donato
totalmente al Padre.
Gli eventi precipitano; una
piccola folla con torce e lance, composta da soldati
del tempio e, secondo Giovanni da
soldati romani, avanza nell’oscurità senza fare
troppo rumore, per non attirare
la curiosità dei pellegrini accampati nel vallone.
Giuda è con loro!
Gesù torna dalla preghiera, ormai
tutto è compiuto.
Gli sgherri che accompagnano
Giuda pensano di coglierlo di sorpresa; stupiti
trovano un Gesù pronto, che li
aspetta.
Il racconto di Marco è concitato,
frenetico, tutto si muove, eccetto Gesù che
assiste e, alla fine, getta un
colpo di luce sugli eventi, interpretandoli.
Il tumulto tanto temuto si
risolve in un breve confronto in cui qualcuno,
Pietro, specificherà Giovanni,
usa una spada e mozza l’orecchio (Malco),
ad un servo del sommo sacerdote.
Gesù, sereno, prende in mano la
situazione.
Lo abbiamo già visto; il Sinedrio
ha deliberato di far fuori Gesù, lo ha
giudicato in contumacia, ora lo
deve solo prelevare, in tutta fretta, prima
della pasqua, e farlo condannare
dai romani.
Bisogna arrestarlo lontano dalla
gente, che lo ascolta e gli vuole bene,
soprattutto dopo la risurrezione
di Lazzaro.
Giuda, accecato dal proprio
giudizio, pensa che la situazione stia precipitando;
forse è bene organizzare un
incontro col Sinedrio, costi quel che costi.
Sia Giuda sia i sacerdoti si
aspettano una reazione da questi galilei (gli zeloti,
movimento estremista e
violento, non provengono forse dalla Galilea?),
meglio premunirsi.
Il ruolo di Giuda è quello di
segnalare la presenza di Gesù in un luogo appartato,
dove possa essere prelevato senza
clamore, in tutta fretta.
Perciò Giuda, che tradisce nervosismo,
chiede ai soldati di portarlo via con
attenzione, senza attirare lo
sguardo dei numerosi pellegrini accampati nella
valle del Cedron.
È una folla, una turba, quella
che va ad arrestare Gesù.
Non hanno nomi, o identità, sono
dei violenti che arrivano con spade e bastoni.
Si è sempre soli quando si fa il
bene.
Il male, invece, raduna folle
oceaniche.
Siamo sempre soli, se scegliamo
l’ardua via del Regno, la presenza di
Cristo Signore, la luce del Vangelo.
Soli e anche considerati un pò
fessi, a dirla tutta.
Non vi è mai capitato di parlare
di Dio, ed essere guardati male? Io si!
La folla, invece, spinge al male,
galvanizza, accende, eccita.
Spesso è un branco che violenta
le donne, o uccide le persone inermi.
Stare insieme dona coraggio,
oscura la coscienza, aiuta a commettere il crimine.
Così accade con Gesù.
Giuda, resta uno dei Dodici, uno
dei chiamati.
Uno di coloro che ha avuto il
privilegio di seguire il Rabbì, anche ora che il
suo cuore è confuso.
Il segno che Giuda da, serve a identificare
il Rabbì.
Un bacio, che ironia!
Questo particolare mi ha colpito,
durante la lettura per la meditazione, mi ha
messo in ansia leggendo il brano;
quello che io bacerò è Lui, prendetelo; la mia
mente ha iniziato a girare
convulsamente.
Ma non ha senso!
Tutti sapevano benissimo chi
fosse Gesù, perché indicarlo?
Ho letto e riletto il brano, ed è
arrivata la spiegazione, stiracchiata però, c’erano
le torce, è vero, il buio però
avrebbe potuto non far riconoscere Gesù, perciò
serviva un segno, un bacio.
Bene, giusto, ovvio.
Ci ho creduto poco!
Ripensando alla lettura, però,
nel bagliore delle torce è venuta una considerazione;
forse con quel segno, che indica
Gesù, gli evangelisti osano molto di più.
Stanno dicendo; anche se Giuda è
un traditore, senza saperlo fa ancora L’apostolo.
Indica il Cristo.
È stiracchiata come
interpretazione, ma quel bacio è pieno di significati.
Quel bacio è un segno per gli
sgherri.
E per Gesù.
Giuda si avvicina e lo saluta,
come usano i discepoli rivolgendosi al Maestro.
E lo bacia.
Un bacio frettoloso, nervoso,
falso.
Eppure Gesù lo accoglie, pur
sapendo benissimo che quel segno è un segno di morte.
E parla: “Amico,
perché sei qui?”.
Amico; colui che io amo. Anche
ora.
Amico; non cambia nulla nel cuore
del Maestro, ancora un ultimo, disperato
tentativo di salvarlo.
Amico; non traditore, non
spregevole, non bastardo.
Amico! Perche sei qui?
Gesù lo invita a consapevolezza,
a prendere coscienza di ciò che sta facendo,
a reagire, anche solo per un
istante.
Ma è troppo tardi.
Dio non viene mai meno al suo
amore; mai.
Anche se ci allontaniamo da Lui,
Egli non si allontana da noi, perché ci ama
di tenerezza infinita.
Dio non si pente di averci
chiamati a sé, di averci fatti discepoli, anche
quando lo tradiamo, o lo rinneghiamo.
Giuda nel cuore di Gesù, è ancora
discepolo.
Ed è infinitamente amato, perché
Dio, contrariamente a noi, non ama per il
merito, ma secondo la necessità,
e Giuda ha un bisogno enorme di amore.
Gesù parla; l’unico, oltre a
Giuda.
Siete venuti nelle tenebre a
prendermi, invece di arrestarmi al tempio.
Ma si devono adempiere le
scritture.
Questa è l’ora delle tenebre, la
vostra, dice Luca.
Giuda ha sbagliato,
certo.
Ma tutti fuggono.
I discepoli fuggono, tutti,
abbandonandolo al suo destino.
Giuda ha sbagliato.
Ma nessuno, fra loro, brilla di
audacia e di generosità.
Gesù si fa avanti; chi cercate?
Non c’è bisogno di nessun segno;
Giuda però va fino in fondo al suo misfatto,
lo bacia perché sia riconosciuto.
Chi cercate?
La domanda coglie di sorpresa i
suoi accusatori; si aspettavano un uomo
spaventato e fragile, trovano un
uomo sereno e deciso.
Chi cercate?
La stessa domanda che Gesù
rivolge ai due discepoli di Giovanni che lo seguono
e che porrà alla Maddalena
nell’orto degli ulivi dopo la risurrezione.
I discepoli cercano certezze, il
Signore li invita a seguirlo e a vedere.
I soldati cercano un brigante,
troveranno l’assoluto di Dio.
Maria cerca un cadavere da
piangere, troverà il risorto.
Chi cerchiamo, quando seguiamo
Gesù?
Certezze? Consolazione? Rassicurazioni?
Gesù è sempre altro, sempre
altrove, non si lascia toccare, non si lascia
ingabbiare nelle definizioni,
neppure in quelle devote e pie.
Chi cercate?
Il Vangelo ci dice che Gesù
chiede autenticità e verità, che seguirlo ci porta,
inevitabilmente, a riconoscere le nostre ombre e a superarle.
Gesù chiede la consapevolezza, la
riflessione su noi stessi, la autoanalisi.
Il mio vero io riconosce il vero
Dio.
Gesù scuote chi lo segue; non
vuole dei discepoli a rimorchio, non vuole
dei discepoli frignoni (sempre a
piangerci addosso).
E vuole che Giuda e i soldati si
rendano conto di chi stanno arrestando.
Un agitatore di folle?
Un povero squilibrato?
Un fanatico religioso?
Un pericolo per la stabilità
dell’impero?
No, stanno per arrestare
Dio!
Cercano Gesù il
Nazareno.
È di fronte a loro, ma non lo
riconoscono, nemmeno Giuda.
Cercano Gesù. Per arrestarlo.
La risposta di Gesù fa tremare i
polsi.
Io sono! Il nome stesso di Dio!
Quel nome, impronunciabile, YHWH,
Io sono, Io sono colui che sono,
Io sono colui che è, Io ci sono,
Io sono presente.
Il nome stesso di Dio, nome
donato, perché in Israele il nome descrive
l’essenza di chi definisce, non
declina le generalità.
Quel nome che non si poteva
pronunciare senza commettere peccato, che nessuno,
mai, avrebbe osato attribuire a
un uomo o, peggio, a se stesso; Gesù se lo
attribuisce.
E la reazione è immediata; tutti
arretrano e cadono, precipitano a terra.
È normale; davanti al Divino, si
cade a terra.
Ora sanno con chi hanno a che
fare, ora sanno chi conduce il gioco.
Pensano di essere i padroni della
situazione, ma non lo sono.
Gesù insite, detta le condizioni,
quelli che sono con Lui bisogna lasciarli andare.
Tenero; pensa a loro, invece che
a sé.
Gesù, già con i suoi discepoli,
si sostituisce, si mette avanti, va al posto loro.
Gesù si dona, sul serio.
Dio è un Padre che dona la
propria vita per i figli.
Ora i soldati, e Giuda, (e noi
con loro), sanno, sappiamo.
È l’immenso che stanno fermando,
l’Assoluto che pensano di poter arrestare,
il Creatore del Cosmo, colui che
stanno per condurre al Sinedrio.
Ecco, tutto è pronto, Gesù si è
consegnato, la notte è ormai avanzata, i soldati
lo portano in città, alla luce
delle torce, in un luogo dove si è radunata,
in tutta fretta, una parte del
gruppo del Sinedrio.
Va in scena, ora, il più ridicolo
dei procedimenti penali della storia.
Il processo di Gesù.
Buona lettura amici in questo
giorno triste, ma che ci dona certezze.
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